Dipingere in profondità
“Ho bisogno di toccare la materia, di sporcarmi le mani. In questo senso non sono un’artista delicata, la materia devo martoriarla per capirla”. Da questa affermazione si evince la centralità dell’esplorazione: la pratica di Linda Aquaro si basa su un’attenta e personale esplorazione della tecnica artistica, si rafforza con la ripetizione del gesto e trova espressività compiuta nell’incontro con la materia. Per l’artista si rivela certamente essenziale entrare in connessione empatica col colore, con l’inchiostro, con la carta, ma anche con il materiale di risulta che la pratica artistico-artigianale genera. Sia lo scarto della sua produzione, sia lo scarto recuperato all’esterno, generano impulsi creativi e diventano parte dell’opera.
Questa compenetrazione di tecniche trova una delle sue espressioni più compiute e interessanti nella pittura ad olio su linoleum, materiale che da tempo Linda alterna alla tela e alla carta. Inizialmente adottato come matrice per l’esecuzione di stampe d’arte, oggi il linoleum è una delle superfici preferite dall’artista per l’esecuzione di ritratti e autoritratti realizzati con la tecnica ad olio. Conclusa l’esecuzione del soggetto principale o del tema isolato, Linda torna ad agire sulla superficie incidendola. Pochi segni mirati, chirurgici che elevano l’identità di un volto sconosciuto o lo sguardo di un soggetto anonimo a rappresentante di una umanità universale. La pellicola pittorica viene così irrimediabilmente violata, l’artista rinnova la sua stessa opera apparentemente finita, “perfetta”, e ne riscrive le ragioni, anche ribaltandone il valore o il significato iniziale. Voglio metterne a fuoco un paio, di queste opere così eloquenti nel loro pacato silenzio. Un autoritratto dell’artista, che somiglia a un autoscatto bloccato dalla camera del pc. Lo spazio che si apre alle spalle di Linda inquadra un interno domestico i cui arredi e oggetti appaiono scomposti (fig. 2). Si distingue il profilo di una libreria, un quadro poggiato a terra e un altro appeso di cui si scorge solo la parte inferiore della cornice, al limite estremo destro un origami che riproduce la forma della gru, di colore rosso opaco. Tutti questi elementi li identifichiamo come presenze care, calde, quotidiane. Gli oggetti sembrano virare verso significati simbolici e contribuiscono a una alterazione dello spazio, che da fisico si fa concettuale. Linda guarda dritta davanti a sé, uno sguardo docile e intenso nella sua racchiusa tristezza. Dei segni verticali, tracciati a mano libera ma distanziati con precisa regolarità, le segnano il volto. Si alternano tratti continui a tratti spezzati, quei segni hanno asportato il colore e spezzato la continuità del disegno: dai segni incisi emergere il colore rosso vivo del linoleum impiegato come supporto. Quei graffi sono tracce di un vissuto opaco con cui la donna ha combattuto e che ora segna graficamente su di sé come rielaborazione e superamento. Ma quei segni sono anche evidenza del valore plastico che Linda Aquaro attribuisce alla sua pittura. “Ho voluto mescolare le tecniche cercando un punto di unione tra pittura e incisione. Finire un dipinto e poi inciderlo è sacrilego, si pone come atto sacrilego. Questo gesto racchiude un senso di libertà enorme perché è distruzione; allo stesso tempo è anche molto rischioso perché si rompe il dialogo tra interno ed esterno, quel rapporto di sacralità tra pellicola pittorica e supporto, tra opera e superficie. L’incisione diventa un elemento corollario che ha lo scopo di mettere in evidenza una parte del racconto”.
Mario Mafai nel testo Il pittore, l’uomo e le pere riconosceva come da circa un secolo gli artisti ritraessero cose e non volti al fine di rappresentare loro stessi. Nella consuetudine della natura morta Mafai riconosceva “tanti autoritratti” e dipingere oggetti era “come lisciare ripetutamente se stessi”. In Son finite le uova (2021), Linda dipinge un frammento della sua storia personale, esegue un autoritratto per mezzo di pochi e selezionati oggetti (fig. 3). La composizione inquadra un tavolino ripreso dall’alto, l’atmosfera è assorta, pochi oggetti si accumulano in apparente disordine: un barattolo, un pennello poggiato sul bordo del barattolo, un rotolo di scotch sul fondo al limite del campo. Infine, il cartone delle uova, vuoto. La scena, definita cromaticamente con l’impiego di pochi colori, è costruita mediante la sovrapposizione e l’accostamento di larghe pennellate contrastanti per suggerire una profondità spaziale basata sulla geometria del colore. Gli oggetti sono composti con cura: come una scenografa, Linda colloca all’intero del dipinto gli strumenti del mestiere accostandovi poi un elemento che si impone come l’estraneo – il cartone delle uova, aperto e vuoto. Al suo interno un solo vano risulta occupato, non da un uovo ma da una linea ovale, una linea rossa incisa nel linoleum che fa da supporto. Manca l’oggetto, resta la sua proiezione mentale come Linda ce la vuole rivelare seguendo un’intima riflessione: quella linea di ovale perfetto è assenza. Linda ha scarnificato l’oggetto, lo ha svuotato, lo ha ridotto a una linea, a un concetto. Una forma, quella dell’uovo, che racchiude qualcosa di assoluto, forma perfetta che sempre nella storia dell’arte è stata celebrata come geometria assoluta. Quella stessa geometria assoluta così cara all’artista e che qui, a dispetto dell’iconografia classica, si fa simbolo di vita mancata.
C’è un altro motivo ricorrente nella pittura di Linda, vero elemento allegorico che è insieme firma, tributo e autoritratto. Un piccolo oggetto che si presenta come compiuta sintesi del suo linguaggio fatto di geometrie e linee. Questo elemento-firma è la figura della gru in origami, che ricorre dipinta in molte sue composizioni pittoriche o appare come origami in carta colorata che fluttua sospeso come un funambolo sui fili elettrici che tessono le sagome prodotte nel 2025. Molto spesso è posta solitaria, piccola ma stabile, ai margini della composizione (come un cartiglio con la firma dell’autore nelle tavole del Rinascimento italiano) oppure appare fluttuante tra le mani di donne pensose.