Frammenti e strumenti del vero nell’opera di Linda Aquaro.
di Marika Beccaloni
Linda non ha mai smesso di disegnare, dipingere, incidere o modellare; per Linda l’arte non è uno spazio astratto nel quale trovare rifugio, bensì un lavoro quotidiano al quale dedicarsi con costanza, con quella tensione che mira alla crescita, alla scoperta e all’elevazione della ricerca personale. Accanto al disegno, alla pittura e alla scultura trova pari posto la scrittura, perché ogni opera dell’artista viene tratteggiata dalla penna o dalla matita, da parola si fa tratto e infine disegno. Con questo processo ininterrotto Linda Aquaro ha preso confidenza dall’adolescenza. Impugna la matita all’Istituto d’arte di Grottaglie e prosegue la sua formazione universitaria frequentando la facoltà di architettura a Roma; oggi pratica la professione di architetto, ma non rinuncia all’arte. Anzi, l’artista riconosce che “insieme al lavoro di architetto l’attività artistica la porto avanti un po’ a blocchi, ma serenamente. Nelle mie opere traspare il mio essere architetto negli aspetti più tecnici. Molti oggetti di recupero legati al modo dell’edilizia trovano spazio nelle mie opere”.[1]

Fig.1 Monotipo (portrait)

Fig. 2 Tracce per nuove aderenze, olio su linoleum inciso, 40x50cm, 2022

Fig.3 Son finite le uova, olio su linoleum, 30x33 cm, 2021

Tecniche incisorie e disegno
“Sono una persona molto curiosa e nel tempo ho assimilato diverse tecniche”, dice Linda, e certamente la sua produzione si presenta varia e stratificata. Linda nel suo percorso artistico è sempre stata accompagnata dalla pittura e dal disegno. Difficilmente, però, dopo essere entrata nella sua casa-studio, potrei definirla esclusivamente con l’attributo di pittrice. L’artista rivela una tensione costante verso l’esplorazione e l’esercizio di numerose tecniche artistiche, tutte praticate nel modo più personale e critico possibile. Lei stessa dichiara di non riuscire ad abbandonare l’esercizio e l’attività di sperimentazione di una tecnica se non sente di averla capita complessivamente e se non è riuscita a tracciare una sua individuale prospettiva. Tra le ricerche artistiche a cui Linda si è dedicata, anche in collettivo, seguendo progetti didattici e curando eventi espositivi, figura l’incisione: “nell’ambito dell’incisione o della stampa d’arte mi sono appassionata per lo più alle tecniche sperimentali, monotipia e collografia per esempio, tanto da distanziarmi per un po' dall’incisione su metallo. Amo moltissimo sperimentare con il monotipo ad esempio”. Linda ha questa particolare tensione per la stratificazione di gesti, superfici e tecniche. Ne ho testimonianza viva da alcuni monotipi che mi mostra in cui il profilo di un volto femminile prende sembianza da linee graffiate e campiture nuvolate di nero, oppure da alcune opere su carta eseguite con l’impiego di misture di cere e colore (fig.1). Una superficie di colore opaco ma liscio al tatto riveste il pelo del foglio, una campitura densa di un blu profondo domina la pagina ed è attraversata da tratti continui, concentrici, vorticosi somiglianti a graffi tracciati a profondità diverse. Una sagoma di volto emerge dallo strato di colore cerato e da quella vertiginosa mescolanza di segni e tratti veloci disposti paralleli Linda li chiama “imprevisti di materia”, e davvero la prima impressione di chi osserva è che si tratti di disegni o presenze emersi da uno scavare. Questa pratica apparentemente libera, in verità controllata, cerebrale, è fatta di una lenta gestualità, presa in prestito dalla tecnica dell’incisione, ed evidenzia come l’artista ricerchi la sovrapposizione – azione dopo azione, incisione dopo incisione, graffio dopo graffio, “mi piace scoprire come reagisce la superficie e cosa lascia emergere, continuando a lavorarci in sovrapposizione anche con altre tecniche”. È chiaro che dall’incisione l’artista ha distillato la ritualità ferma e pacata del penetrare chirurgicamente; sovrapposizioni e tocchi aggiuntivi rimandano invece alla pittura e alla scultura ‘per via di mettere’.
Fig.4 Messa a nudo, grafite, carboncino e filo in vecchia scatola porta tabacco, 2024 (foto di Marika Beccaloni)

Fig. 5 Due verità, olio su linoleum inciso montato in vecchia scatola di legno 21x11.5 cm, 2022 e Gorgone (foto di Marika Beccaloni)

Dipingere in profondità
“Ho bisogno di toccare la materia, di sporcarmi le mani. In questo senso non sono un’artista delicata, la materia devo martoriarla per capirla”. Da questa affermazione si evince la centralità dell’esplorazione: la pratica di Linda Aquaro si basa su un’attenta e personale esplorazione della tecnica artistica, si rafforza con la ripetizione del gesto e trova espressività compiuta nell’incontro con la materia. Per l’artista si rivela certamente essenziale entrare in connessione empatica col colore, con l’inchiostro, con la carta, ma anche con il materiale di risulta che la pratica artistico-artigianale genera. Sia lo scarto della sua produzione, sia lo scarto recuperato all’esterno, generano impulsi creativi e diventano parte dell’opera.
Questa compenetrazione di tecniche trova una delle sue espressioni più compiute e interessanti nella pittura ad olio su linoleum, materiale che da tempo Linda alterna alla tela e alla carta. Inizialmente adottato come matrice per l’esecuzione di stampe d’arte, oggi il linoleum è una delle superfici preferite dall’artista per l’esecuzione di ritratti e autoritratti realizzati con la tecnica ad olio. Conclusa l’esecuzione del soggetto principale o del tema isolato, Linda torna ad agire sulla superficie incidendola. Pochi segni mirati, chirurgici che elevano l’identità di un volto sconosciuto o lo sguardo di un soggetto anonimo a rappresentante di una umanità universale. La pellicola pittorica viene così irrimediabilmente violata, l’artista rinnova la sua stessa opera apparentemente finita, “perfetta”, e ne riscrive le ragioni, anche ribaltandone il valore o il significato iniziale. Voglio metterne a fuoco un paio, di queste opere così eloquenti nel loro pacato silenzio. Un autoritratto dell’artista, che somiglia a un autoscatto bloccato dalla camera del pc. Lo spazio che si apre alle spalle di Linda inquadra un interno domestico i cui arredi e oggetti appaiono scomposti (fig. 2). Si distingue il profilo di una libreria, un quadro poggiato a terra e un altro appeso di cui si scorge solo la parte inferiore della cornice, al limite estremo destro un origami che riproduce la forma della gru, di colore rosso opaco. Tutti questi elementi li identifichiamo come presenze care, calde, quotidiane. Gli oggetti sembrano virare verso significati simbolici e contribuiscono a una alterazione dello spazio, che da fisico si fa concettuale. Linda guarda dritta davanti a sé, uno sguardo docile e intenso nella sua racchiusa tristezza. Dei segni verticali, tracciati a mano libera ma distanziati con precisa regolarità, le segnano il volto. Si alternano tratti continui a tratti spezzati, quei segni hanno asportato il colore e spezzato la continuità del disegno: dai segni incisi emergere il colore rosso vivo del linoleum impiegato come supporto. Quei graffi sono tracce di un vissuto opaco con cui la donna ha combattuto e che ora segna graficamente su di sé come rielaborazione e superamento. Ma quei segni sono anche evidenza del valore plastico che Linda Aquaro attribuisce alla sua pittura. “Ho voluto mescolare le tecniche cercando un punto di unione tra pittura e incisione. Finire un dipinto e poi inciderlo è sacrilego, si pone come atto sacrilego. Questo gesto racchiude un senso di libertà enorme perché è distruzione; allo stesso tempo è anche molto rischioso perché si rompe il dialogo tra interno ed esterno, quel rapporto di sacralità tra pellicola pittorica e supporto, tra opera e superficie. L’incisione diventa un elemento corollario che ha lo scopo di mettere in evidenza una parte del racconto”.
Mario Mafai nel testo Il pittore, l’uomo e le pere riconosceva come da circa un secolo gli artisti ritraessero cose e non volti al fine di rappresentare loro stessi. Nella consuetudine della natura morta Mafai riconosceva “tanti autoritratti” e dipingere oggetti era “come lisciare ripetutamente se stessi”. In Son finite le uova (2021), Linda dipinge un frammento della sua storia personale, esegue un autoritratto per mezzo di pochi e selezionati oggetti (fig. 3). La composizione inquadra un tavolino ripreso dall’alto, l’atmosfera è assorta, pochi oggetti si accumulano in apparente disordine: un barattolo, un pennello poggiato sul bordo del barattolo, un rotolo di scotch sul fondo al limite del campo. Infine, il cartone delle uova, vuoto. La scena, definita cromaticamente con l’impiego di pochi colori, è costruita mediante la sovrapposizione e l’accostamento di larghe pennellate contrastanti per suggerire una profondità spaziale basata sulla geometria del colore. Gli oggetti sono composti con cura: come una scenografa, Linda colloca all’intero del dipinto gli strumenti del mestiere accostandovi poi un elemento che si impone come l’estraneo – il cartone delle uova, aperto e vuoto. Al suo interno un solo vano risulta occupato, non da un uovo ma da una linea ovale, una linea rossa incisa nel linoleum che fa da supporto. Manca l’oggetto, resta la sua proiezione mentale come Linda ce la vuole rivelare seguendo un’intima riflessione: quella linea di ovale perfetto è assenza. Linda ha scarnificato l’oggetto, lo ha svuotato, lo ha ridotto a una linea, a un concetto. Una forma, quella dell’uovo, che racchiude qualcosa di assoluto, forma perfetta che sempre nella storia dell’arte è stata celebrata come geometria assoluta. Quella stessa geometria assoluta così cara all’artista e che qui, a dispetto dell’iconografia classica, si fa simbolo di vita mancata.
C’è un altro motivo ricorrente nella pittura di Linda, vero elemento allegorico che è insieme firma, tributo e autoritratto. Un piccolo oggetto che si presenta come compiuta sintesi del suo linguaggio fatto di geometrie e linee. Questo elemento-firma è la figura della gru in origami, che ricorre dipinta in molte sue composizioni pittoriche o appare come origami in carta colorata che fluttua sospeso come un funambolo sui fili elettrici che tessono le sagome prodotte nel 2025. Molto spesso è posta solitaria, piccola ma stabile, ai margini della composizione (come un cartiglio con la firma dell’autore nelle tavole del Rinascimento italiano) oppure appare fluttuante tra le mani di donne pensose.

Fig.6 La Scelta, 2022

Fig.7 La Scelta, 2022
Oggetti presi in prestito
Nella produzione dell’artista il tema della stratificazione viene esplorato anche attraverso l’assemblage. La pittura ad olio, la stampa e il disegno vengono integrati all’oggetto d’uso recuperato o acquistato ai mercatini delle pulci (fig. 4 e 5). Linda Aquaro, nel suo percorso di ricerca, passa per quella che potrei chiamare una meditazione ininterrotta sul significato delle cose: l’oggetto recuperato muta la sua funzione originaria, viene preso come relitto e tale resta, non viene nobilitato o camuffato nella sua pelle esteriore ormai usurata. Si tratta di scatole di legno, vecchie cornici, contenitori tascabili di latta, telai per il ricamo, portasigarette, filati di lana e matasse di cavi elettrici spellati. L’oggetto, pur conservando il suo ruolo di spazio che racchiude, diventa palcoscenico nel quale costringere frammenti di anatomie (spesso separati tra le due metà di un dittico moderno), si fa luogo di contemplazione pur conservando il suo ruolo di spazio che racchiudere o costringere. Di contro, i filati disegnano traiettorie multiple e intrecciate oppure un semplice e saldo legame tra due poli, caricandosi di simbologie lampanti che almeno in un paio di casi si esplicano come citazioni da opere del contemporaneo – opere così essenziali nella forma e nello spirito da cristallizzarsi già nell’olimpo dei modelli. Ne La scelta (2022), un filo rosso, simboleggiante la vita, pende tra coperchio e scatola di un contenitore in legno e lega i mignoli di due mani (fig. 6 e 7). Due vite diventano una, la connessione tra identità separate che si scoprono combacianti si compie nello spazio racchiuso fatto di vuoto e respiro sospeso.[2] È interessante confrontare La scelta con Ordito (2023), opera nella quale un filo rosso disegna una geometria di intrecci, come una ragnatela che ha perso la sua regolarità. Il filo rosso stavolta tesse una connessione tra le mani di uno stesso soggetto, il ponte è segnato tra gli estremi della medesima vita chiamata a ricamare la propria trama su un ordito inservibile, ancora intrecciato e da allineare (fig.8). In Messa a nudo (2024), tornano protagoniste le due metà di una scatola porta tabacco contenenti il disegno, grafite su carta, di due occhi e un filo di lana rossa che tesse le sue traiettorie passando da uno sguardo all’altro. In questo piccolo assemblage Linda ragiona sull’urgenza del tornare a guardarsi, conoscersi nel profondo mediante l’osservazione. Nello sguardo non c’è finzione, ma autenticità – quella che lei stessa chiama “nudità”.
Il significato simbolico che assume il filo nell’opera narrativa di Linda Aquaro muta col mutare della tipologia del filato e con la relazione formale che esso assume con un dato soggetto. In Nuvola (2024) il filo dei cavi di rame non unisce, ma si ammassa, si intreccia e si arrotola simulando una soffice nuvola e disegnando un giaciglio su cui si addormenta la donna ritratta. Qui il vero protagonista è l’ossimoro visivo tra il volto rilassato della figura addormentata e il suo giaciglio, soffice eppure spinoso (fig. 9).

Fig.8 Ordito, tecnica mista e ricamo su tela, 50x50cm, 2023

Fig.9 Nuvola, olio su linoleum e legno sagomato, cavo FS17 1,5mmq spellato, 2024

Corpi-architettura: la plastica dei papier mâché
L’autoritratto è un genere che Linda Aquaro ha esplorato lungamente. L’artista narra di sé esplorando angoli del proprio volto, ma racconta sé stessa anche ritraendo gli altri e soprattutto indagando gli oggetti che, reali o raffigurati, integra nella pittura mostrandoceli come inventari privati. Autoritratto triangolato (2023) è un autoritratto in pastello rosso su carta: il volto di Linda è fontale, i capelli lunghi raccolti da un lato coprono un occhio e lo sguardo dell’altro, libero, cerca con forza di intercettare un interlocutore. Il volto sembra uscito dalla risoluzione di un teorema: il triangolo è il modulo replicato ossessivamente, con gioco e scherzo, nella tessitura dell’intero disegno. L’utilizzo modulare di una o più forme geometriche nel disegno è lo schema che Linda Aquaro impiega con metodo: non tutti ma moltissimi dei suoi disegni e schizzi si presentano come fusioni o giustapposizioni di corpi geometrici. Da un disegno composto da pure geometrie nasce il suo primo papier mâché. La carta, da prediletto supporto per una traccia grafica, diventa anche materia plastica da toccare, modellare, corpo umido da indagare e sentire sotto ai polpastrelli. Linda Aquaro infatti ha recuperato da circa un anno la tecnica del papier mâché per realizzare sculture che hanno aspetto di anatomie geometriche in movimento. “Con i papier mâché mi diverto molto perché ritrovo il piacere della materia. Da ragazza mi ha sempre appassionato la scultura e volevo studiarla. Nella tecnica del papier mâché c’è sia il tema del plastico che del riciclo, fil rouge che attraversa tutta la mia opera. Mi piace poi ritornare ad una tecnica che avevo iniziato a studiare a scuola in Puglia, che in cartapesta ha una lunga e gloriosa tradizione. Inizialmente cercavo di lavorare l’impasto come fosse argilla, ma non era l’approccio più funzionale; ho iniziato così a lavorare per stratificazioni, gestendo pezzo per pezzo e aspettando che si consolidassero”.
Conoscere e leggere criticamente i molteplici usi che la carta assume nel panorama del contemporaneo è tema delle mie indagini; il contatto con Linda nasce proprio dal desiderio primario di esplorare la sua ricerca intorno alla tecnica della carta pesta, per questo sono felicissima di vedere e tenere tra le mani il primissimo papier mâché che l’artista ha plasmato. Esso disegna la plastica di un corpo seduto con le gambe incrociate e il busto che reclina all’indietro (fig. 10). La scultura si presenta come blocco solido di cui si percepisce un accenno di movimento. Quel lieve moto, che somiglia a un pigro risveglio delle forme geometriche, fa immaginare uno stridore quasi meccanico tra le rigide e aguzze forme. Linda afferma che i suoi modelli di sculture in carta “partono da dei disegni che ho avviato senza pensare: quando disegno - non dico senza pensiero ma in modo più automatico e libero -finisco sempre per rappresentare delle anatomie architettoniche, architetture umane totalmente scomposte che ho pensato di tradurre in sculture”. Il corpo si costruisce per giustapposizione di più forme, solidi compattati insieme che ancora non hanno trovato unità; il movimento come imbrigliato in queste porzioni di anatomie pare stia per esprimersi assumendo aspetto di slancio volto alla ricerca di una organicità. La superficie è liscia, viene voglia di toccarla, esplorarla cavità dopo cavità assecondando le curve della plastica che muta. Linda indugia sui risultati del work in progress e mi racconta tutti i retroscena del processo costruttivo, segnalando quanto centrale sia l’imprevisto: “l’imprevisto, quando si lavora per stratificazioni, è parte integrante del processo, perché durante la fase di livellamento delle superfici può affiorare la materia sottostante… è tutto un lavoro di materia che emerge, volevo riprendere la tridimensionalità, però l’argilla non mi bastava…volevo fare qualcosa di inaspettato e che avesse inoltre un legame con me, con il luogo da cui provengo”. Dopo la prima fase di modellato l’artista prosegue l’attività di finitura limando, raschiando e più in generale togliendo patine impercettibili di materia. Torna in ogni scultura che vedo, leggo con gli occhi o esploro col tatto questa impressione viva di cura estrema, di ricerca maniacale e ossessiva del “finito” che si dichiara agli occhi dell’artista in una intima rivelazione
(fig. 11 e 12).
Tra i papier mâché presenti nel suo studio uno si distingue tra tutti: è la Gorgone (2025) che giganteggia al centro del tavolo. La testa del mostro è modellata con la rigidità di un volto d’arte severa: il naso è allungato e spigoloso mentre le labbra, marcate, sono serrate. Ma il mostro non è pacifico, qualcosa del suo orribile profilo resta: il movimento delle ciocche dalle quali spuntano non più teste di serpenti, bensì spine di acacia. Anche la Gorgone di Linda, privata del corpo, conserva l’algida distanza di una divinità, che implacabile agisce e pietrifica (fig. 13).

Fig.10 Human structure 1, papier mâchê, 2025

Sagomare è come costruire
Nello studio di Linda è appesa Sirena (2026), un’opera pittorica che supera il profilo del quadro sconfinando nella scultura. Sirena è la sagoma di una donna dalle proporzioni di poco maggiori del vero, ritratta dalla testa ai fianchi e di profilo; la posa sembra rievocare parte della gestualità di una Venere pudica (fig.14). “Le figure sagomate sono nate un po’ per caso” mi racconta Linda, “volevo uscire dalla bidimensionalità del quadro, volevo forse rompere il quadro. Ho iniziato a ragionare sull’idea di pezzi di corpo e dal 2024 fino ad oggi ho incanalato il mio discorso artistico sulla rappresentazione del corpo femminile a cui si associa un progetto che sta prendendo forma, dal titolo -Una storia universale-”.[3]
Nella produzione di Linda Aquaro il corpo è una costante. La fisicità che l’artista esplora, legge, sente e restituisce è quella del corpo femminile frammentato, amputato oppure sottoposto a un processo di scomposizione e mutazione. Questa mutazione è spesso allusa, immaginata, ma mai raffigurata con crudezza. A volte porzioni di corpo femminile appaiono innestate su oggetti reali che si fondono o giustappongono alla pittura. Linda mi racconta la genesi di questa ricerca, che parte da un’esperienza avvenuta nella sua Puglia: “ho avviato questo ragionamento iniziando ad accostare alle geometrie dei corpi con forme pure. I primi pezzi li ho fatti per una mostra in Puglia. Le opere venivano installate dietro ad una vetrina e si potevano guardare attraverso un oblò. Ho iniziato a ragionare anche su corpi che si incastrano all’interno di scatole, quindi all’interno di una geometria che comprime o taglia. Ho iniziato a focalizzare meglio il tema e da qui il parallelismo con le figure archetipiche del mito, ad esempio le Sirene, che metto in relazione anche con la logica sottesa alla fruizione delle immagini che viviamo oggi. Lo scorso anno era scoppiato il caso del gruppo Facebook “Mia moglie”: a certi temi sono molto sensibile e credo nel potere salvifico dell’arte o che ogni espressione artistica abbia il dovere di comunicare un messaggio. Tutte queste cose mi hanno portato a ragionare sulla frammentazione e sulla mostrificazione del corpo femminile”.
La ricerca si avvale di un nuovo approdo quando l’artista vede il gruppo scultoreo di Orfeo e le Sirene, esposto per la prima volta nel 2023 nella collezione permanente del Museo Archeologico di Taranto.[4] “Sono state le prime Sirene a dimensione naturale che ho visto in scultura”, dichiara Linda, e prosegue: “ho iniziato da qui a studiare le Sirene e il tema della femminilità recisa, di un corpo che non può essere espresso per intero. Per me c’è un nesso immediato tra i pezzi di corpo mostrati in modo subdolo, oggettificati e annullati nella loro interezza e la rappresentazione della Sirena come essere a metà. Questo mi ha stravolto”. Il dialogo con l’arte antica e con l’immagine archetipica della Sirena apre uno squarcio nelle riflessioni che l’artista ha già avviato da tempo; queste riflessioni la conducono alla formulazione di un’interpretazione molto personale che mette in relazione il processo di amputazione e bestializzazione del corpo femminile di alcune figure mitologiche e la spersonalizzazione delle immagini diffuse nella società contemporanea.
Una storia universale si sta costruendo per mezzo di una visione collettiva, è un vero progetto di arte partecipata in cui l’artista funge da perno e le donne che prendono parte al progetto sono le protagoniste di episodi di frammentazione fisica e psicologica. Linda ha acceso un piccolo lume che è cresciuto e si sta facendo faro attorno al tema degli effetti invisibili che la violenza comporta. Per lo stesso progetto l’artista sta lavorando con le incisioni di piccolo formato. Ancora una volta, il punto di partenza è dato dal concetto di frammento pezzi di volto, che sarà impossibile ricomporre in un insieme, si sovrapporranno alla griglia del profilo Instagram che, come sostiene l’artista, “innesca una modalità passiva e veloce di osservazione che non fa altro che accentuare, attraverso il dettaglio, l’assenza dell’interezza. In fin dei conti il frammento è più facile da gestire, gli manca la complessità dell’interezza e con essa sparisce l’identità”.
Nelle sagome di Linda leggo un’affinità – non dichiarata dall’artista eppure per me così viva in quei contorni e negli spessori delle tavole – con le crocifissioni sagomate del tardo Trecento e del Quattrocento italiano. Nelle crocifissioni sagomate si cercava la complessità della scena nello spazio: l’opera, un ibrido tra pittura e scultura, evocava il sacro come presenza viva e diveniva strumento narrativo in grado di coinvolgere il fedele e condurlo ad un’esperienza che supera il piano visivo. Nelle figure sagomate di Linda riconosco questa stessa ricerca del “vero”: il soggetto sagomato conquista lo spazio per abitarlo fino a raggiungere plasticamente l’osservatore. Così le sagome di Linda si presentano come opere pittoriche in metamorfosi, che hanno lasciato la dimensione del quadro e volgono verso quella della scultura.

Fig.11 Female figure, papier mâchê, 2025

Fig.12 Female figure, papier mâchê, 2025

Fig.13 Gorgone, papier mâchê, 2025

Fig. 14 Sirena, olio su linoleum e legno sagomato, 90x37cm, 2026

[1] Linda Aquaro nasce a Cisternino, ha frequentato l’istituto d’arte di Grottaglie, si è trasferita poi a Roma per studiare presso la Facoltà di Architettura. Alla professione di architetto ha sempre affiancato una costante attività di ricerca artistica che l’ha condotta ad esplorare in modo personale, con attenzione estrema all’approccio artigianale del mestiere, la pittura e l’arte incisoria. Insieme a Gianni Verni e Viviana del Carpio fonda Officine incisorie, un laboratorio specializzato inizialmente nella stampa calcografica su tessuto. L’esperienza di Linda al timone dell’associazione Officine incisorie si è conclusa nel 2021 dopo anni di lavoro in collettivo basato sulla sperimentazione con le arti grafiche e lo svolgimento di numerose mostre e laboratori didattici realizzati principalmente nell’area dei Castelli Romani e nella città di Roma. Tra le mostre personali e collettive che hanno di recente fatto il punto intorno alla produzione pittorica di Linda ricordo  Amare Trame, a cura di 1mq Art Exhibition  (Martina Franca, Cisternino e Locorotondo, giugno e luglio 2025), Interno con vista presso Medina Art Gallery Castelli Romani, a cura di Valeria Rufini Ferranti (Monte Porzio Catone, settembre 2025), Umana Geometria in cui le opere dell’artista sono state poste in dialogo con quelle di Simone Geraci, presso Galleria San Lorenzo Arte (Poppi, maggio-giugno 2023), Dall’interno a cura di Simona Pandolfi presso Spazio Urano (Roma, ottobre-novembre 2021). Ad oggi Linda Aquaro è rappresentata dalla galleria Medina Art Gallery e dalla Silvia Rossi Art Gallery.
[2] L’opera complessiva dell’artista Chiharu Shiota può fornire un appunto visivo dal quale partire, per poi allontanarsi ed addentrarsi nell’universo di connessioni proposte da Linda Aquaro. La serie di disegni dal titolo Connected to the Universe sono tra le opere dell’artista giapponese che meglio possono, proprio perché di medio piccolo formato rispetto alla scala monumentale delle sue istallazioni, avvicinarci ai micro universi di Linda.
[3] Una storia universale è un progetto artistico, collettivo e sociale. Il progetto ha come fine ultimo un percorso espositivo e narrativo che condurrà al disvelamento di ritratti di tante donne diverse. Ogni ritratto segna un punto di riscoperta e rinascita allusivo al recupero di una identità violata. I ritratti saranno attraversati da segni e intagli che scaveranno la superficie pittorica; questi segni si diraderanno via via per raccontare il processo di guarigione e rinascita delle donne che hanno scelto di condividere con Linda Aquaro una parte del loro percorso. Rinvio ai profili social dell’artista e della galleria promotrice, Medina Art Gallery, per un approfondimento sul progetto e sul percorso espositivo concepito come esperienza aperta e itinerante.
[4] Nell’aprile 2023 ha fatto ritorno presso il MArTA di Taranto il gruppo scultoreo di Orfeo e le sirene, restituito alla città dopo un’esportazione illecita negli Stati Uniti e riferibile ad uno scavo clandestino degli anni Settanta. Il gruppo scultoreo si impone come opera eccezionale per il panorama storico artistico locale, datato al IV secolo a.C. è stato eseguito per adornare un ricco sepolcreto (o un santuario) forse appartenuto ad un iniziato alla religione orfico-pitagorica. Eseguito in terracotta, il gruppo raggiunge proporzioni più grandi del vero e conserva preziose tracce di policromia.
*www.lindaquaro.com, su Instagram @aquarolinda