L’arte e la scrittura di Denise Pelletier: un rituale intimo e quotidiano
di Marika Beccaloni
Conosco l’opera di Denise Pelletier da diversi anni, da quando ho iniziato ad interessarmi alla grafica d’arte. Ero desiderosa di conoscere la ricerca di artisti internazionali che accanto all’arte incisoria hanno scelto il libro d’artista come mezzo espressivo della personale pratica artistica. Non saprei ricostruire la trama esatta dei percorsi che mi hanno condotto a Denise e alle sue opere, posso invece affermare che la profondità del suo disegno artistico insieme alle sonorità di una lingua che non parlo sono stati gli elementi che hanno determinato il mio interesse per lei. Dopo anni di osservazione a distanza prendo coraggio e decido di scrivere all’artista; avviare una conversazione a distanza, condotta per gradi, rispettando i tempi e le preferenze linguistiche di ciascuna, mi è sembrato il modo più autentico per dialogare con l’artista. 
Denise ha accolto la mia richiesta e mi ha accompagnato per mano lungo il tracciato della sua ricerca, ha condiviso foto, scritti critici sul suo lavoro, nomi di autori e poeti per lei fonti di ispirazione (fig.1).

Fig. 1 Denise Pelletier, autoritratto

Denise Pelletier è un’artista e poetessa canadese, la parola singola estrapolata dall’intimo flusso di pensiero, i profondi chiaroscuri dell’acquaforte insieme alla superficie increspata della carta sono gli elementi che appaiono con continuità nella sua produzione. La poetica artistica di Denise Pelletier ruota attorno all’estetica dell’effimero, anche per questo la carta è il suo supporto d’elezione. La carta ha il compito di accogliere la parola, assorbire l’inchiostro e trascinare pagina dopo pagina il fluire incessante del pensiero che si fa segno e verso poetico, enfatizzando il potere delle sue opere. Come l’artista stessa ci dice: “le papier est une matrice souple qui accueille l’écriture de l’intériorité, comme le textile garde la trace du corps dans ses plis”.[1]
Nella sua decennale attività artistica Denise ha ricercato la possibilità di un incontro tra temi universali, spesso connessi all’universo femminile, e la dimensione meditativa del suo personale vissuto. Nella produzione dell’artista è ricorrente la scrittura attorno a temi come la fragilità, la memoria, la percezione del tempo e l’impermanenza del corpo.
Non è possibile separare la produzione artistica dalla vita. Ciò che si produce da ciò che si è o si è stati. Ciò che prende forma nell’opera di Denise Pelletier è spesso una traccia di sé che trova forma nel frammento che sia verso, parola, macchia d’inchiostro o segno di colore che l’incisione tramuta in scheggia sulla carta.
L’arte di Denise Pellettier si è liberata dalla trascrizione ottica per dare forma ad una nuova realtà che si esprime sottraendo il colore e attribuendo assoluta centralità alle forme espressive adottate. Tra queste, insieme alla scrittura e all’incisione, figura la fotografia scelta non per riferire della mimesi del vero ma per isolare dalla dimensione reale composizioni liriche che si presentano in natura agli occhi attenti dell’artista (fig.2). È interessante notare come nelle immagini a colori, spente, come desaturate, ad emergere siano le linee, i piani, i bagliori di luce o le ombre profondissime e gli intrecci che esse producono. Questo rigore formale sottende sempre una dimensione personale: il soggetto naturale è proposto in fotografia e nelle incisioni come ombra che si dilata o che vibra o che si muove appena ed è metafora stessa del percepire dell’artista. L’opera finita, che sia libro d’artista o una sequenza di incisioni o fotografia, è la sintesi dello spazio di riflessione dell’artista, della sua vertigine e della sua creazione (fig. 3 e 4)​​​​​​​
Fig. 2 Lastre e riflessi

L’azzeramento del colore insieme all’annullamento di forme e strutture complesse nei libri d’artista di Denise ci fanno comprendere quanto sia importante per lei lavorare per sottrazione, togliere anziché aggiungere, limare fino al raggiungimento di un’estetica essenziale in cui a parlare è la pagina, la parola, l’inchiostro e la profondità del tratto inciso. Molto spesso i libri di Denise hanno dimensioni modeste e sono racchiusi in cofanetti anonimi, di preferenza foderati di carta, pelle o tela nera. L’estrema pulizia delle forme e la riduzione alla coppia cromatica bianco-nero sono rivelatrici del suo ermetismo poetico. Al loro interno le pagine, quasi sempre sciolte, sono pronte ad uscire e a liberarsi da qualsiasi vincolo, incluso quello interpretativo. Testo, carta, inchiostro e grafite sono affidati al lettore che intende sentire, la loro essenza volatile è parte dell’esperienza estetica. Niente persiste in eterno e l’opera di Denise Pelletier amplifica questa condizione finita dei corpi e dei sentimenti e ce la rende vicina, sorella.
Nelle opere di Denise è forte la percezione del movimento. L’artista fonda la sua ricerca sulla consapevolezza del mutamento e sulla percezione del passaggio delle cose, dei pensieri, dei corpi. Questo concetto trova concreta forma negli abissi di inchiostro e nelle linee curve, concentriche, che simulano il moto lento dell’acqua o nei tocchi minuti, ricavati da una gestualità imprevista, che intende simulare una scrittura elaborata d’istinto, come ad occhi chiusi. Il movimento è visibile anche nelle composizioni che integrano la parola mobile o il verso conciso alle modulazioni chiaroscurate dell’inchiostro nero che restituisce la cavità impressa dalla morsura sulla lastra. Ritrovo il mutamento anche nella pagina continua arrotolata all’interno di una piccola scatola rotonda: il libro d’artista racchiuso ha forma di una spirale, qualcosa di minuto, raccolto; una volta svolto, il libro-spirale si allunga nello spazio, cambia forma, cresce, il lettore quasi perde il suo controllo, esso sfugge e inizia la sua metamorfosi.
Ho scritto questo articolo in modo molto diverso dai precedenti, ho preferito sottrarre le domande, omettendo la successione logica di una conversazione, per fondere insieme le singole risposte. Desidero che il lettore legga il racconto dell’artista come si legge un suo libro d’artista o una sua sequenza di acqueforti: abbandonandosi allo scorrere dell’inchiostro. L’arte poetica di Denise Pelletier merita di essere raccontata da lei, solo dalle sue parole generose e dispensatrici di grazia.
“The artist is not someone who knows, she or he is someone who seeks” (Denise Pelletier).

Fig. 4 Lastre incise

Fig.5 2008 Perspective, Feminist Exhibition, Galerie Anaïd, Olivia Nitis, Curator, Bucarest, Roumanie

Fig. 6 Dettagli dall’istallazione di Denise Pelletier Perspective, Feminist Exhibition, Galerie Anaïd, Olivia Nitis, Curator, Bucarest, Roumanie
“Disegno fin da quando ero bambina. Ero solita riempire di scarabocchi tutti i libri di casa. Disegnavo ovunque potessi, persino sull’enciclopedia Grolier. Me lo proibivano, eppure avevo bisogno di esprimermi, ma nessuno aveva la pazienza di ascoltarmi o di darmi della carta. Tutto è partito da lì.
Fino al giorno in cui mia madre mi iscrisse a un corso d'arte.
Fin dall'infanzia ho avuto questo spirito artistico, che mi viene da generazioni di commercianti di tessuti e che mi scorre nelle vene. I ricami inglesi, i merletti, le organze, i tulle e i veli sono le pagine dei miei libri d'infanzia. Anche le carte che uso oggi mi avvolgono allo stesso modo: le scelgo per le loro affinità elettive, per i toni, le trame, le carte sottili, quelle grezze, materiali custodi della memoria. La carta è una matrice flessibile che accoglie la scrittura dell’interiorità, così come il tessuto conserva la traccia del corpo nelle sue pieghe. La fluidità dell’inchiostro, l’impermanenza della grafite e un’estetica dell’effimero concorrono alla mia scrittura. Da sempre, la carta rimane il mio supporto preferito.
Infilando le pagine come una collana, mostro composizioni particolari. La trasparenza del supporto e la fragilità della carta diventano ricettacoli privilegiati come casse di risonanza o deserto dell’immaginazione. 
Fin dall'inizio, le mie opere sono state strutturate come sequenze ripetitive. Queste sequenze si trasformano in installazioni per via dell'elevato numero di pezzi creati. Per me, la sequenza è un rituale che mi permette di osservare, imparare e fare delle scelte: un modo per mantenere l'opera aperta. Finora, ho composto principalmente attorno a temi come la fragilità, l'intimità, ho raccontato del femminile e del tempo. Ho sviluppato il mio lavoro attorno alle parole: certe parole, quelle nascoste nelle profondità dei libri, soprattutto quelle dei poeti, così come parole ascoltate per caso, indiscrezioni involontarie, colte sull'autobus, per strada, in momenti privati ​​o tra la folla. Nel silenzio, ascolto i suoni della vita; le sue parole mi sfiorano, mi toccano, mi invadono, mi abitano. Sono fonti inesauribili.
La pagina è il mio rifugio. Le mie mani scrivono e disegnano impiegando la punta delle dita, l’inchiostro ascolta. Da decenni scrivo il diario di bordo di un saggio che non vedrà mai la luce. Se il bianco della pagina è il mio rifugio, il nero rimane il mio giardino e la mia memoria non è una ninna nanna.
Scrivo la storia alle mie spalle, le parole di una bambina chiuse nel palmo della mano. Scrivo ad orecchio, aspettando il fruscio dell’imprevisto. Le pieghe furtive della carta, i loro silenzi, si possono udire. La scrittura irrompe, sospira, lacera l'innominabile. Frugo nei miei archivi. Cammino a passi leggeri; la scrittura, come la foresta, mi spaventa. Le sue ombre evocano strani mondi dentro di me.
Ho sempre uno o più libri in lavorazione. Per decenni ho partecipato a numerose fiere internazionali di disegno, incisione e libri d'artista. Mi considero un’artista nomade. Invitata o selezionata sono risultata vincitrice di premi, in generale accolgo ogni sfida rimanendo aperta agli incontri, ai dialoghi e alla condivisione. Il libro d'artista è emerso rapidamente nel mio percorso artistico, indissolubilmente legato alle numerose serie tematiche che ho creato instancabilmente. I libri d'artista mi hanno aiutato a riflettere, a scegliere, ad approfondire e a conservare i frammenti più significativi di un singolo soggetto.

Fig. 7 Dettagli dall’istallazione di Denise Pelletier Perspective, Feminist Exhibition, Galerie Anaïd, Olivia Nitis, Curator, Bucarest, Roumanie

Fig. 8 Dettagli dall’istallazione di Denise Pelletier Perspective, Feminist Exhibition, Galerie Anaïd, Olivia Nitis, Curator, Bucarest, Roumanie

I frammenti sono fedeli alla mia immagine, sono addirittura autoritratti, potrei considerarli la mia firma. Vivo a fior d’inchiostro, scrivo per riposarmi. Sono io stessa un unico pezzo, frammentata, separata, lacerata, ferita dal mio percorso.  Ringrazio la vita per avermi reso un'artista, un’artista…sì, visionaria, intuitiva, ispirata, sono in ascolto di ciò che va, di ciò che viene, paziente, lascio che il tempo ripari, cancelli, corregga, domini. Con occhi fertili, avanzo al ritmo della mia coreografia interiore. Avanzando e indietreggiando come la marea. Creo.
Mi riconosco anche nella possibilità di essere un’artista concettuale, innegabilmente, senza dubbio è in me presente qualche traccia di un'altra carriera, quella di scenografa, forse.
L’idea è importante e il mio sguardo è centrale. Considero determinante l’importanza del processo creativo e gli oggetti che si legano all’idea. Considero infine di assoluta importanza l’iterazione con lo spettatore e i luoghi espositivi.
Ciò che mi circonda scorre attraverso di me, mi plasma, modella le mie storie. Abito tra i rami, gli alberi frondosi e i cespugli spinosi che si estendono ovunque. La mia gabbia di vetro pullula di uccelli: il merlo, le capinere, la ghiandaia. Passeggio lungo il fiume o il lago e cammino in montagna. Osservo i sentieri, il vento, la terra, le sue rocce. Respiro la freschezza, il freddo. Come una donna corvo, frequento gli uccelli selvatici, ancor più. È nella vita selvatica che risiede la preservazione del mondo. Rallento il ritmo nella quiete del mio erbario. Tutto era caos; la creazione è riuscita a emergere da questo vuoto.
La mia vita è un giardino di solitudine; vivo da sola anche con chi mi circonda. Vivo le nostre stagioni sgualcite, ascolto i rumori della vita. Sono le mie fonti inesauribili, le mie antologie e i miei fardelli di memoria; le loro parole mi toccano, mi invadono, mi abitano. Queste parole accendono la mia creazione.
Le parole mi ispirano, mi avvolgono, mi ricoprono e io creo. Nomade nella lentezza, mi sono evoluta attorno alle parole, a certe parole, quelle annidate nel profondo dei libri, specialmente quelli dei poeti, e anche a quelle parole udite per caso, indiscrezioni involontarie, colte sull'autobus, per strada, in privato o in mezzo alla folla. E uso la scrittura asemica per spingermi oltre, e mi sorprendono le numerose risonanze. Questi scritti (privi di significato) fondono immagini e testi. Rinvigorito dai miei incontri letterari, sogno un altro protocollo, di pagine piene di scrittura. Mi sforzo per un linguaggio fragile, una leggerezza con parole senza confini, parole che vogliono farsi sentire nel silenzio della loro solitudine. Attraverso la cancellazione, per segnare la forza del più debole, del punto cieco.
Ho scoperto l’incisione e la fotografia all’Università Laval di Québec, durante la mia laurea in arti visive. Tutto arriva al momento giusto a chi sa aspettare.
La fotografia è la mia ancora di salvezza, proprio come i miei taccuini Moleskine. Mi aiuta a comprendere me stessa dopo tutti questi anni. Voltandomi indietro, analizzo, scompongo e scopro il mio interesse costante per forme, graffi, scrittura e linguaggio. Avanzo, arricchita all'interno della mia inquadratura.

Fig. 9 Décomposition de Juillet, libro d’artista, 15 incisioni, acquatinta e punta secca di Denise Pelletier, testo di Jonathan Girard, 19x19 cm, 2018

Fig. 10 Décomposition de Juillet, libro d’artista, 15 incisioni, acquatinta e punta secca di Denise Pelletier, testo di Jonathan Girard, 19x19 cm, 2018 (dettagli)

Ogni giorno scrivo questo libro che non scrivo.
Ogni libro è una bozza del successivo: sulla carta lattiginosa sono impressi i sigilli dei miei ricordi. Non riesco a mettere un punto fermo a quel sé stratificato. L'opera è l'anima dell'artista. Siamo inseparabili dalle nostre mani. Le mie mani macchiate d'inchiostro, le mie sottovesti di tarlatana intessute di metafore e inchiostro, hanno arricchito per decenni il mio progetto: la mia *manière noire*.
Nuoto nell'*eau-forte* di un mondo privo di colori, più oscuro dell'oscurità stessa.
Il mio libro porta con sé tutti i suoi titoli: Radici invisibili / Giorni grezzi / Tamburo d'acqua / Diario privato / Innesti amari / Enciclopedia singolare / Soliloquio / Cronache di una metamorfosi / Vagabondaggi narrativi / Donna Corvo / Viaggio dell'Auto-da-fé...
E lo ripropongo, senza essermi rivolta a un editore. Sarà un'installazione — *Scritture di marea* — composta dai miei numerosi taccuini, cronache, saggi, fotografie e incisioni: una retrospettiva.
Questa è l’occasione per parlare della mia installazione/libro: *Implants amers*…che farà luce su tutto ciò che faccio.
Quando Olivia Nitis, critica d'arte e curatrice, mi contatta per l'evento femminista che sta organizzando a Bucarest, la mia sorpresa è evidente. Incuriosita dal suo interesse per il mio lavoro in corso, non esito a rispondere alle sue domande.
Le racconto le origini del mio progetto. Le svelo la vera storia. Riferisco dell'importanza smisurata che un tempo attribuivo alle apparenze. Quel vecchio, ossessivo cliché della seduzione che mi consumava. Follia pura! È stato ciò che mi ha spinta alla chirurgia plastica per correggere le curve imperfette della mia figura.
Una volta apportata la modifica, sebbene questa avesse cambiato poco o nulla, essa sollevò interrogativi, attirò sguardi curiosi e provocò nuovi comportamenti da entrambe le parti. Divenni un fenomeno da baraccone, un oggetto di curiosità e persino una merce ambita.
Nel corso degli anni, ho raccolto una serie di situazioni insolite e costruito il mio museo personale. In tutto questo, il ricordo dei gesti e l'attenzione che dedico alle cose mi sono serviti da punti di riferimento. Oggi, attraverso queste storie inventate, guarisco vecchie ferite e mi lascio il passato alle spalle, un graffio alla volta. Resisto, attraverso la creatività.
La scintilla che dà il via a questo progetto è quel primo oggetto: quello che cade e va in frantumi sul pavimento proprio sotto i miei occhi. Accade allora, a distanza di decenni dall'intervento. Quel frammento di vetro smerigliato ricorda in modo impressionante la forma ovoidale che il chirurgo plastico mi aveva deposto tra le mani giunte, quella mattina, al Jewish General Hospital di Montreal. Questo richiamo visivo mi turba profondamente.
Lo raccolgo in fretta e lo infilo in tasca; gli altri pezzi sono comunque destinati alla spazzatura. Rigiro il frammento rotto tra le mani, percependone i contorni. Cerco un punto di riferimento, quel segno indelebile, mentre la mente inizia a vagare. Avverto il freddo, lo strappo e l'indurimento: sensazioni molto simili a quelle provocate dalla capsula di tessuto cicatriziale (fig. 5 e 6).
Ormai allo stremo, trovo una scatola adatta: rivestita di taffetà nero e sormontata da una finestrella incorniciata dello stesso tessuto setoso. Vi ripongo con cura il frammento lattiginoso, insieme a un semplice biglietto da visita recante l'iscrizione incisa: "impianti amari, impianti per madri". Lascio questa urna funeraria improvvisata sul tavolo del mio studio. Sebbene l'oggetto in sé non ci sia più, il suo ricordo resta con me (fig.7 e 8).
Per lunghi mesi visito vari colombari, alla ricerca del mausoleo perfetto dove poterlo deporre. L'attesa e l'incertezza confermano la mia scelta: il contenitore e il suo contenuto saranno esposti nel cimitero dei "più-che-vivi".
Così, preparo una selezione e punto a obiettivi precisi. Do la priorità a quelle rare gallerie d'arte contemporanea che ospitano installazioni dedicate al tema del femminicidio.
Al momento opportuno, preparo un "libro d'ore" intitolato *Chorégraphie de séduction*. Setaccio i miei archivi, raccogliendo e ordinando tutto ciò che è emerso dal mio io più profondo: cose che chiamo affettuosamente le mie conchiglie. Metto ordine nel mio caos. Sollevo il velo su quell'insieme di parole e sfumature che graffiano l'anima o la pelle. Lascio affiorare le emozioni; le elaboro. Ognuna corrisponde a un evento specifico che codifico e documento. Mi ricostruisco attraverso la scrittura; annoto e cancello, abbellisco e invento, arrivando persino a inventare situazioni.
Mi soffermo, maneggiando con esitazione l'opuscolo consegnato dopo la procedura medica. Trascrivo qui questo paragrafo rivelatore: "La donna ibrida apre la mano sotto la goccia di gel. La sua intimità dolente – un velo d'acqua impalpabile – le fa tremare le palpebre. Immobile nella sua gabbia di vetro, col corpo ridotto a un abisso, lei si volta. Nella sua carne tumefatta, le lacrime tessono un'armatura; si stringono, sigillando petto e ventre, spegnendo la fame."
Tra le nebbie di queste parole, riaffiorano i ricordi della prima e della seconda rottura dell'impianto. Sento ancora quella fuoriuscita calda, fluida e inquietante. Né dimentico il cancro – inatteso – che mi colpì subito dopo quelle mammografie eseguite con tale brutalità.
In tutto ciò ritrovo il senso di reclusione di ogni mia domanda senza risposta. A chi potevo rivolgermi per avere informazioni, quando persino il produttore di quell'imbottitura tossica cercò riparo nella bancarotta e la class action delle donne finì nel dimenticatoio? Dove potevo denunciare le mani indiscrete degli addetti che – spinti da oziosa curiosità, senza alcun diritto o motivo – si avvicinavano per toccare la mia carne mummificata sul lettino della visita? Qui percepisco l'estrema fragilità dell'essere.
Dopo settimane di radioterapia, ne esci viva. Il cancro è stato estirpato, evitando con cura le protesi. Eppure, in modo imperdonabile, si è trascurato l'effetto delle radiazioni: effetti che inaridiscono la pelle, deformano quelle protesi dozzinali e costruiscono, insidiosamente, una nuova camicia di forza. Quelle ustioni perniciose, con i loro vapori nocivi, ti imprigionano nella negazione, fino a spingerti al rifiuto totale.
Condannata all'assenza d'amore, la donna in fuga risponde con pensieri e parole. Mentre il corpo cede, il rimorso indugia e l'incubo persiste. Spinta dall'istinto di provocare, raccolgo ogni traccia delle cicatrici per arricchire il discorso femminista della mia installazione, *Impressions mémorielles*.
Olivia Nitis, curatrice del progetto *Perspective*, non si arrende. Punta ad accrescere l'impatto emotivo della mostra femminista che sta organizzando. Insiste e riesce a convincermi. Accetto di presentare il lavoro personale che sto sviluppando proprio in quell'anno.
Nel cuore della Anaïd Gallery, mi unisco a queste artiste — donne la cui voce femminile è stata recisa: femministe, attiviste di Femen e sostenitrici del movimento #MeToo, di ogni età ed estrazione. Incontro anche le silenziose: guerriere pacifiche che portano ancora il bavaglio del ventunesimo secolo.
La donna — sovraccarica eppure cancellata, trafitta da mille fori — non grida, non fa rumore. Semplicemente firma. Io firmo.

Fig. 11 Décomposition de Juillet, libro d’artista, 15 incisioni, acquatinta e punta secca di Denise Pelletier, testo di Jonathan Girard, 19x19 cm, 2018 (dettagli)

Fig. 12 Pas de titre ni trève ni rien, fors le vent, libro d’artista, 10 incisioni, acquatinta e punta secca di Denise Pelletier, poesie di Claude Favre, 20.5x18.5 cm, 2017

I libri d’artista che Denise ha realizzato negli anni di attività artistica sono moltissimi. L’artista predilige le piccole forme e i libri stratificati, i leporelli e le strisce di carta in cofanetto. Il colore bianco lattiginoso della carta è sempre in seducente contrasto col nero dell’inchiostro calcografico e il nero dei materiali scelti come rivestimento di copertine e cofanetti preziosi. Nei suoi lavori i colori sono esclusi e quei pochi che compaiono sono perentori, assoluti. Su tutti domina il nero, non sono presenti sfumature se non nel fondo dove l’inchiostro non completamente ripulito dalla tarlatana lascia sulla carta un alone grigiastro. Di rado compaiono altri colori: il rosso di un filo che tiene un foglio racchiuso in rotolo, il seppia, il grigio e il giallo burro di carte recuperate. A raccontare non serve il colore, bastano i tratti incisi, le macchie, le ombre e gli aloni di inchiostro e grafite.
La couleur dénature, trahie, efface même le travail, on ne voit plus que son éventail, ses nuances. Il me reste ces camaïeux d’hier, avant vous… (passo tratto da Denise Pelletier, Carnet 2017 à suivre – 20 febbraio 2017)
(Il colore distorce, tradisce e arriva persino a cancellare l'opera stessa; non si vede altro che la sua gamma e le sue sfumature. Tutto ciò che mi resta sono quelle armonie tonali di ieri... di prima di te...).
Le pagine nei libri di Denise sono spesso sciolte, rimane vivo nella produzione dell’artista quel rigore formale dei libri classici della grafica d’arte; le strutture sono semplificate, asciutte e senza fronzoli. Sono libri essenziali, ordinati, rivelatori di un ritmo lento ma cadenzato, il ritmo del lungo processo che li ha portati a compimento, il ritmo della gestualità precisa che distingue il lavoro dell’artista incisore. Décomposition de juillé n°1 è un libro del 2018 realizzato a quattro mani, accanto a quella di Denise Pelletier compare la firma di Jonathan Girard. In una scatola le ventiquattro incisioni sono accompagnate da ventiquattro composizioni articolate in quattro canti, che seguono il tempo delle stagioni. Un anno, una casa, due amanti, il tempo di inizio e fine di un’intesa, il ricordo sparso (fig. 9, 10 e 11).
Pas de titre ni tréve ni rien, fors le vent è del 2017 ed è firmato con Claude Favre; i testi occupano il campo sinistro della pagina, sono composti con estremo rigore che restituisce gran senso di ariosità. Al testo si contrappongono nel campo di sinistra le acqueforti nere, l’effetto visivo cerca contrasti netti che enfatizzano l’identità criptica e chiusa di immagini e testi. Questo contrasto porta a un livello concettuale l’opera di Denise Pelletier, aumentandone l’impatto emotivo (fig. 12, 13 e 14).
Dal racconto di Denise si evince chiaramente l’importanza quotidiana del processo artistico. L’artista è al lavoro non solo quando incide le sue lastre, bagna la carta o inchiostra le matrici, l’artista è immersa nel percorso artistico anche quando osserva e ascolta, quando scrive, legge o compone. Come il religioso scandisce la sua giornata con la recita di una preghiera, così l’artista compila il suo eterno Livre d’heures fatto di versi e segni, spesso illeggibili.[2]

Fig. 13 Pas de titre ni trève ni rien, fors le vent, libro d’artista, 10 incisioni, acquatinta e punta secca di Denise Pelletier, poesie di Claude Favre, 20.5x18.5 cm, 2017 (dettagli)

Fig. 14 Pas de titre ni trève ni rien, fors le vent, libro d’artista, 10 incisioni, acquatinta e punta secca di Denise Pelletier, poesie di Claude Favre, 20.5x18.5 cm, 2017 (dettagli)

[1] Denise Pelletier è nata nel Quebec (Canada), studia arti visive presso l’Università Laval di Québec e si laurea nel 1995. Durante gli anni di studio incontra e prende confidenza con l’incisione e la fotografia, discipline alle quali si dedicherà completamente negli anni della sua ricerca artistica matura. Dagli anni Novanta in poi sono numerosissimi i soggiorni di studio e residenze artistiche che la conducono a viaggiare attraversando paesi e continenti. Vincitrice e finalista di numerosi premi e concorsi, nazionali e internazionali, l’artista ha esposto in decine di mostre collettive dedicate alla grafica d’arte in giro per il mondo. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche di tutto il mondo.
[2] Livre d’heures è il modo in cui Denise Pelletier titola nel suo blog e sito online i contenuti più vari che sceglie di condividere con i suoi lettori ed estimatori. Un ricordo, una manciata di versi, un testo estratto dalle sue Moleskine, un’immagine da lei scattata, questi contenuti scelti dall’artista come esemplari assumono il valore devozionale di una preghiera in un libro d’ore.

*https://denisepelletier.wordpress.com/

**le foto che accompagnano il testo sono state gentilmente concesse da Denise Pelletier.
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