Il viaggio artistico di Elizabeth Frolet tra scultura, pittura, poesia, disegno e scrittura.
di Marika Beccaloni
C’è un autoritratto di Elizabeth Frolet eseguito ad incisione su linoleum, l’artista indossa piccoli occhiali rotondi e ha un corvo appollaiato sulla testa, l’animale è un tutt’uno con la sua acconciatura; non è cosa rara, l’artista ama autoritrarsi e in generale disegnare volti, corpi, parti dell’anatomia umana “lavoro molto con le mani, i visi e i corpi…attraverso questo posso capire la gente. Bisogna guardarsi, leggere l’essere umano…adesso non abbiamo più questa capacità. Lo sguardo è un desiderio…la gente non guarda più e non desidera scoprire il mondo” (fig.1 e 2).
Elizabeth non ha timori, parla con ricchezza di dettaglio delle sue esperienze lavorative, della ricerca artistica e degli incontri che l’hanno avvicinata al circuito dell’arte. Mette in fila con un disordine solo apparente le sue ambizioni di quando era una giovane studiosa amante della letteratura francese, della poesia, del disegno e della calligrafia orientale. Elizabeth nel narrare la sua storia lascia trapelare il coraggio di chi, rifiutando la linearità di un percorso imposto dalla cultura dei suoi tempi giovanili e dalla famiglia, ha saputo spingersi oltre ogni traguardo raggiunto, oltre ogni desiderio esaudito, oltre ogni terra in cui ha vissuto.

Fig.1 Autoritratto di Elizabeth Frolet nello studio dell’artista.
Foto di Marika Beccaloni

Fig.2 Elizabeth Frolet, Viso persiano, portacandele in ceramica e smalti, 15 cm, 2018. Foto di Marika Beccaloni
“Non so da dove iniziare…parlare di me mi riesce complicato. Sono nata in Africa, in Madagascar, da una famiglia franco-irlandese. Mia nonna è partita all’inizio del secolo per l’Uganda, con una sua amica, è partita in motocicletta per fare l’infermiera lì. Lei è il mio spirito guida, ha fatto una scelta e una vita molto coraggiosa per l’epoca e io ho avuto sempre lei come riferimento. Ad undici anni mi sono trasferita in Giappone. Io sono apolide, mi considero apolide, ho nazionalità francese però non mi sento collegata a niente.”
Elizabeth non ama essere vincolata alla sequenza lineare del racconto, preferisce spiazzare il suo interlocutore, mescolare i ricordi e gli eventi della sua eclettica carriera. Insieme all’assenza di radici stabili e alla rivendicazione del suo essere apolide, l’assenza di linearità è un tratto da tener presente per avvicinarsi alla comprensione delle sue opere e della mutevolezza dei suoi linguaggi.
“La letteratura francese è importante, i miei studi sono fondati su questo. Ero asociale e ho fatto le scuole a casa. È un po’ noioso questo, uno può raccontare tante cose…”, ma riprende subito il filo e prosegue “avevo un padre un po’ dittatore, io volevo studiare storia dell’arte ma lui non voleva e mi ha finanziato gli studi in economia. Sono riuscita a fare poi quello che volevo: volevo sia fare l’artista che insegnare, due cose contraddittorie. Ho provato con l’Accademia ma sono fuggita, il mio destino mi ha portato cose impreviste, non ho un percorso logico e lineare”. La spontaneità del percorso artistico di Elizabeth Frolet e le traiettorie multiple da lei percorse la portano ad indugiare con ironia intorno ad alcuni racconti, dei quali è difficile riportare date e luoghi: “uno sogna sempre di arrivare alla notorietà”, afferma; “io ho vissuto per due minuti la notorietà poi sono caduta. Tutto nella mia vita è imprevisto, non ho calcolato niente. Non mi piace dire di essere un’artista, ma volevo agire artisticamente. Penso che avevo qualcosa dentro che doveva essere buttato fuori. Credo sia stato ineluttabile che io diventassi un’artista”. Elizabeth ha avviato il suo percorso artistico scommettendo sulla ricchezza del suo vissuto, ha iniziato a dare forma e identità alla sua poetica stratificando passioni, conoscenze e esiti della sua inquieta ricerca universitaria e poi artistica. Le ha ammesse tutte le esperienze, quelle desiderate e quelle impreviste, quelle gioiose e quelle dolorose, e le ha rivelate prediligendo la pagina, la carta, l’inchiostro, la scrittura e il disegno. Se l’arte del disegno e della scrittura sono diventati entrambi elementi identificativi della produzione dell’artista, le sue sperimentazioni e indagini si estendono anche alla scultura, alla grafica d’arte, alla pittura, alla fotografia e alla ceramica.
Fig.3 Casa-studio di Elizabeth Frolet. Foto di Marika Beccaloni

Fig.4 Elizabeth Frolet, Les secrets de la licorne, oggetti personali, lettere di Koike Ikuo, 150x150 cm, 2016.
Foto di Elizabeth Frolet

Elizabeth Frolet si è saputa sottrarre ai dogmi, ai linguaggi e ai percorsi normativi del mondo dell’arte, per avvantaggiare esclusivamente la sua fedeltà ad una visione dell’arte come luogo di introspezione e come strumento per esorcizzare paure ed esprimere sentimenti.
“Il mio cammino si sviluppa su diversi livelli. Sono storica dell’arte, ho studiato e scritto tanto su un movimento mistico degli anni trenta in Giappone, un movimento molto interessante influenzato da Morris e che si collegava alle arti quotidiane; l’arte è l’ambiente che vivi ogni giorno. Ho scritto molto, pubblicato e fatto conferenze su questo. In tutto il mondo l’Occidente ha voluto imporre la propria visione psico-rigida della storia dell’arte. In Giappone hanno dei criteri diversi, meno manicheisti, loro non scindono l’arte dall’artigianato, non esiste la separazione. Parlavo giapponese come parlo italiano. Ho fatto una mostra in Giappone e in diverse gallerie di Tokyo. Non vado in Giappone dagli anni Novanta, ma ho conservato dei contatti con poeti, calligrafi e maestri giapponesi”.[1]
 “Già la mia casa ti dice un po’ del mio mondo incasinato”, le stanze della casa sono colme di libri, spartiti, carte, lettere, cartoline, sculture, amuleti, oggetti riportati dai viaggi o dai soggiorni all’estero; alle pareti ci sono un po’ ovunque piccole opere composte dall’artista che hanno l’aspetto di appunti visivi tradotti in intricati assemblaggi, vicini per struttura e identità ai Merzbilder dada: sono fortissime le suggestioni legate alla fisicità dei materiali utilizzati (fig. 3 e 4).
Il mondo esplorato da Elizabeth è un mondo ricco e generoso, contraddittorio e spietato, un mondo che assegna esperienze, attimi di felicità e poi te li toglie. “Sono molto appassionata del mio lavoro e della mia esistenza. Mi impegno nel dare dalla mia esistenza qualcosa agli altri”. Nonostante le distanze prese dai circoli dell’arte colta che definisce l’andamento del mercato dell’arte, nonostante le battute di arresto che la vita infligge, Elizabeth ha conservato l’impegno che l’artista prende con gli altri: donare la sua esistenza alla comunità.​​​​​​

Fig.5 Elizabeth Frolet, Ricordatevi, carta, argento, legno, gouache, inchiostro, 40x30 cm 2018. Foto di Elizabeth Frolet

Fig.6 Elizabeth Frolet, Des mains pour rêver, ceramica e metallo, 2015. Foto di Elizabeth Frolet

Mani, corpi, sguardi
Tanto potente è la carica enigmatica delle opere di Elizabeth Frolet, spesso popolate da immagini e forme distillate da ogni mitologia, da ogni religione. Tra i tratti distintivi del linguaggio di Elizabeth c’è la polimatericità che si rivela in un rapporto di attrito e a volte di pacifico incontro tra tecniche espressive tradizionali e l’impiego dell’objet trouvé. Leggere un dipinto o sfogliare un libro d’artista della Frolet comporta l’essere risucchiati nel suo vorticoso immaginario in cui albergano personaggi arcaici, animali totemici, maschere, ex voto, volti santi e demoniaci. È soprattutto il corpo a possedere un valore assai intenso nel lessico figurativo dell’artista: lei stessa dichiara “sono ossessionata dalle mani, dagli occhi, dai volti, dagli sguardi e in generale dal corpo. Ho lavorato moltissimo mettendo al centro il corpo. Il corpo è fondamentale, è quella cosa che ci lega alla terra, che ci fa fare esperienza della natura, ci avvicina agli alberi. Il viso, la mano e il corpo sono per me la chiave per capire il mondo. Il corpo è fondamentale perché riceve il dolore e l’amore e i visi sono come dei paesaggi. Tanto che in francese le parole visages/paysages sono simili.”[2]
Operare una selezione nel catalogo assai vario dell’opera di Elizabeth è complesso, ma un buon esempio è senz’altro il video Visi svelati del 2001, proposto al pubblico in occasione della mostra collettiva Alphabet du corps presso l’Istituto francese di Napoli.[3] L’artista ha raccolto brevi registrazioni video in cui i protagonisti sono degli estranei. A questi attori improvvisati ha chiesto di coprire il volto con le mani, svelare a poco a poco lo sguardo e rivelarsi all’altro pronunciando d’istinto una parola. “Ne è uscito un esperimento un po’ rocambolesco, ma interessante. Sicuramente spontaneo”, afferma Elizabeth. Questo desiderio espressivo lo ha saputo racchiudere in poche, inequivocabili parole: “io credo alla coerenza tra quello che difendi e chi sei”.
Le mani figurano come soggetti dominanti nei suoi esercizi di disegno: affiorano di continuo tra le pagine di quaderni d’artista che Elizabeth sfoglia davanti a me. Una mano in argento simulante un ex voto fa bella mostra in un assemblaggio, divenuto il soggetto di copertina de Le regard est un désir, la raccolta di poesie composte da Elizabeth Frolet ed editate nel 2018[4] (fig. 5). L’opera presenta tutti gli elementi cari all’artista: la scrittura a mano, il volto reso enigmatico dallo sguardo blu profondo, la mano quale testimone di fede, il ramo che dall’alto incombe e si interpone tra l’occhio dell’osservatore e la pagina scritta che fa da proscenio a questa teatrale conversazione. Ancora le mani sono protagoniste in Mani che bruciano, un piccolo volume d’artista corredato da fotografie e disegni e realizzato insieme al poeta Alfredo Penati: anche qui il lettore si confronta con i temi dell’attesa, della ricerca, degli abbandoni e del miracolo della metamorfosi. Gli autori hanno qui allacciato insieme parola, disegno e forma libera delle pagine private di colla o di qualsiasi forma di legatura, assegnando al lettore il compito di fare ordine – o disordine, se preferisce – in fase di lettura e scoperta.[5]
Le mani si confermano soggetto prediletto nell’istallazione in ceramica Des mains pour rêver[6] (2014), come menhir le mani stanno erette sul piano, sono disposte in coppia o impiegate singole: le mani accostate sono giunte come in preghiera, le mani presentate singole hanno le dita serrate a ricordare il morbido gesto della carezza; da entrambe fioriscono dei rami di corallo, anch’essi in ceramica. Colpisce la scarna ma potente selezione cromatica ridotta alla coppia nero-rosso, nonché la quasi-continuità tra i rami di corallo e le vene pulsanti (fig.6 e 7).[7]
Centrale è anche la simbologia del corpo e il suo valore carnale, il suo rapporto con lo spazio, le proporzioni e le forme che esso assume in funzione dei frammenti di paesaggio che abita. Nell’opera di Elizabeth Frolet dagli anni Ottanta ad oggi il corpo e i corpi sono stati esplorati in vario modo e con differenti esiti formali perché l’artista, nata scultrice, ha saputo indagare col disegno, col modellato, con l’assemblaggio e la pittura il tema dell’Eros, assegnando all’abbraccio, al bacio o allo sguardo tra gli amanti un valore di rigenerazione. Le opere pittoriche e i bozzetti che trattano questi temi sono stati oggetto della prima mostra personale di Elizabeth Frolet, svoltasi nel 1985 presso la Galleria MR di Roma e accompagnata da un testo critico di Achille Bonito Oliva e Paola Watts. “Questo è stato un momento magico, in cui tutto si è realizzato d’improvviso. Dopo questa prima mostra sono stata chiamata dalla direttrice della Galleria il Millennio, una galleria che promuoveva molti artisti importanti. Ma anche quell’esperienza si è esaurita e mi sono fatta cavaliere solitario (…). Non ho mai agito per moda o per piacere a qualcuno, ciò che faccio deve soddisfare me perché sono un critico molto severo. L’arte è dura, è una prova; devi lavorare, devi soffrire, l’arte è un duro cammino verso sé stessi”.
Contro una parete rossa del salotto Elizabeth tiene esposta un’opera che mi presenta come un traguardo importante delle sue ricerche degli anni Ottanta; quest’opera si impone come testimonianza di una prassi che l’ha condotta ad adottare prolificamente una vasta tipologia di mezzi espressivi, tra i quali emerge l’innesto tra l’oggetto – naturale o meccanico – con la pittura. L’opera, senza titolo e di grandi dimensioni (138x190 cm), è datata 1991 e fu presentata in occasione della mostra Leggende presso la Galleria il Millennio nella primavera del 1992. Nell’opera affiorano quei tratti del linguaggio di Elizabeth che ho imparato a conoscere: due corpi nudi di amanti si caratterizzano per la linea allungata e sinuosa, in perfetta armonia tra loro sono gli ovali dei volti che si incastrano come le metà di uno stesso intero, il braccio di uno si fonde nel fianco dell’altro disegnandone la curva; ai piedi della coppia un bucranio simbolo di morte e rinascita. Sopra alla coppia stanno sospesi due solidi che somigliano a scatole vuote, residui di stanze disabitate, animate da coni d’ombra e triangoli di luce. Questi spazi immaginari aumentano la carica misteriosa dell’insieme, contribuendo a marcare l’atmosfera sospesa, intima e poetica. Elizabeth mi mostra il catalogo relativo alla mostra del 1985 e commenta le grandi opere in pastello, facendomi notare come al soggetto dei corpi si affianchi quello del vulcano, che “allude al tema dell’energia imprigionata dentro di noi, energia che tutti abbiamo. Questa energia attende solo di essere sprigionata. È una lotta più amorosa che di distruzione”. Come spesso accade anche nei suoi autoritratti, i corpi raffigurati sembrano appartenere ad un universo interiore e senza tempo, scandito solo da bellezza, eros, malinconia e mistero; la tavolozza, dominata da toni caldi, è in contrasto con le campiture veloci, mai nette, bensì composte da una trama incoerente e disgregata di tratti che lasciano spazio ai vuoti e alludono al moto dell’incontro e alla voracità dello scambio amoroso.
Connesso a quello del corpo è poi il tema della metamorfosi. L’opera che meglio rappresenta questo passaggio, il cambio di pelle e identità è un autoritratto eseguito a pastello su carta straccia: la figura femminile si presenta in rigida posa frontale, gli occhi grandi e sbarrati come quelli di un idolo antico; accanto a lei, la sagoma di un corvo dal lungo becco (fig.8). La trasformazione è in atto: la metà sinistra della figura umana si è trasformata in uccello, una linea marcata di colore rosso taglia, senza separarle, le due parti; lo stesso colore rosso appare come una virgola in capo al corvo. Rosse sono anche le labbra della donna: la frugalità cromatica risponde all’essenzialità di forma e significato; unica dissonanza, l’azzurro della grande iride. Azzurri, del resto, sono gli occhi dell’artista. Elizabeth afferma: “questo è un autoritratto, adoro i corvi…ho passato tanti periodi difficili: volevo levitare, andare fuori, la trasformazione in animale volante è stata tanto desiderata”. La presenza del corvo (quasi un alter ego, come il minotauro per Picasso), del pettirosso e più in generale degli uccelli che vegliano sugli amanti, che si sovrappongono ai volti di donna, o che accompagnano gli autoritratti di Elizabeth, sono una costante nei disegni e nei pastelli dell’artista (fig.9).

Fig.7 Elizabeth Frolet, Des mains pour rêver (dettaglio), ceramica e metallo, 2015. Foto di Pier Francesco Giordano (courtesy Elizabeth Frolet)

Fig.8 Elizabeth Frolet, Autoritratto con corvo.
Foto di Marika Beccaloni
Le scatole, il mistero e l’amuleto
Nella ricerca di Elizabeth si rivela costante l’attenzione per l’oggetto minuto e simbolico, la rincorsa al simbolo universale.
A tal proposito sono capaci di divertire le opere che l’artista espone sulle pareti di una piccola anticamera: qui si succedono dei contenitori che Elizabeth chiama scatole, si tratta di contenitori metallici simulanti delle cornici molto profonde entro le quali l’artista crea dei piccoli teatri popolari, definisce gli spazi e la struttura spaziale animata da alcune figure, personaggi ed oggetti tratti dalla tradizione popolare napoletana che mescola devozione e superstizione. Accanto a queste “scatole” ce ne sono altre che mi hanno molto affascinato: sono delle cornici che contengono delle opere di ceroplastica. La mia attenzione è rapita da queste composizioni in cui volti modellati in cera risultano agganciati a dei fondi in rete metallica; a completare la composizione e a caratterizzare le maschere anonime sono piccoli oggetti recuperati dal quotidiano. Queste opere mi hanno reso chiaro un aspetto davvero centrale nella missione artistica della Frolet: la predilezione per tutte quelle forme di espressione artistica che non hanno mai trovato un posto tra le “arti maggiori”. Elizabeth Frolet riporta l’attenzione su ambiti creativi perduti e sottostimati, ambiti in cui il virtuosismo dell’artista-artigiana scultrice e scrittrice si alimenta di suggestioni storiche, mistiche, cultuali e letterarie. “Si dovrebbe fare una mostra di artisti senza nome e di opere senza firma. Sai la bellezza, la creatività e le cose interessanti che ne uscirebbero?! In Occidente questo aspetto è rifiutato, ma in Giappone l’artigiano è stimato e valorizzato al pari dell’artista. È riconosciuto come depositario di saperi rari, gesti e conoscenze scientifiche alle quali viene dato un altissimo valore”. Ancora: “il segreto del lusso è andare dove c’è un’autenticità piccola. Se tu sai guardare i piccoli posti, se esci dalla città trovi nella montagna e nella natura piccole cose nascoste. Questo l’ho imparato in Giappone: fare la graduatoria di ciò che conta non serve a niente. Si dovrebbe fare la storia dell’arte anonima e troveremmo dei tesori incredibili (come diceva il mio maestro giapponese). Io ho sempre difeso le cose difficili. Quando scrivevo per una nota rivista d’arte, volevo scrivere sugli artisti e i musei non conosciuti, ma non si poteva…bisogna diventare parte di un ingranaggio che però ti sclerotizza l’occhio, ti chiude l’occhio. Le persone vogliono quello che già conoscono. La varietà non esiste più…tutto corrisponde ad uno standard”.

Fig.9 Elizabeth Frolet, Corbeau, scrittura e gouache su quaderno, 2006. Foto di Elizabeth Frolet

Fig.10 Elizabeth Frolet sfoglia e racconta il contenuto dei suoi taccuini d’artista. Foto di Marika Beccaloni

Libri d’artista e quaderni catalogo
Elizabeth ha trasformato nel tempo la sua casa in un grande e disordinato archivio, in cui carta, lettere scritte e ricevute o raccolte nei mercatini, cartoline, rotoli, quaderni, taccuini e libri d’artista sono da lei gelosamente custoditi, ma generosamente mostrati e narrati al visitatore. Durante il nostro incontro ho occasione di sfogliare e leggere sia i quaderni che i taccuini d’artista; perdersi nel racconto fantastico è imprescindibile, rimanere sedotti dal tratto fluido, morbido e acquatico del suo pennello è una conseguenza naturale. Sfoglio, osservo, leggo, cerco di seguire le molteplici tracce dei suoi appunti di scrittura e illustrati e ritengo di poter distinguere, all’interno della produzione vulcanica di Elizabeth, due categorie di taccuini: da una parte i quaderni in cui l’artista colleziona spunti visivi e letterari annotandoli in modo casuale attraverso il disegno, la scrittura, la fotografia e il collage; si tratta di quaderni che hanno acquisito nel tempo il valore di un’enciclopedia tutta personale, nella quale si ritrovano segmenti ancora imperfetti di parti che hanno trovato sostanza nelle sue opere compiute (fig. 10 e 11). Dall’altra parte ci sono invece i libri d’artista che Elizabeth ha realizzato partendo da taccuini già rilegati, di fattura cinese e giapponese. La carta morbida, di un bianco caldo, e la pagina piegata a sacchetto secondo la tradizione orientale sono ideali per accogliere il tratto lesto del pennello e per assorbire l’inchiostro nero, che l’artista privilegia e che solo in rari casi ravviva col giallo o l’oro. I libri d’artista finora realizzati da Elizabeth si impongono come opera singola, unica e irripetibile, ogni pagina del libro porta un disegno, un’incisione o una scrittura di mano dell’artista. Elizabeth ama riempire la pagina col soggetto principale e associare ad esso un verso o anche solo una parola tratti dalla sua scrittura poetica, dal suo ragionamento acuto e profondo. Il testo, perlopiù scritto a mano, viene inserito ai margini della pagina, come schiacciato contro il taglio del foglio, oppure si insinua nei varchi di bianco che l’inchiostro ha lasciato ancora asciutti. Nel libro che mi attardo a sfogliare, dal titolo Noir, il soggetto ricorrente è un volto umano, androgino, gli occhi sono stretti e a volte si allungano fin oltre il profilo del viso (fig.12). Il soggetto è onnipresente, Elizabeth ha scelto di presentarcelo sempre frontale e con le stesse proporzioni, le differenze sono minime e sono rintracciabili nella foggia della capigliatura, nella presenza di un cappello, nell’apparire di un fiore come dettaglio di acconciatura o come elemento che fluttua libero nello spazio della pagina e si sovrappone al soggetto umano. La ripetizione del volto protagonista, anche se con sottilissime varianti, crea un ritmo che incanta il lettore.
“A me piace molto fare i libri d’artista, ne ho fatti tanti. I miei libri sono trafficati”[8]. Nell’espressività di Elizabeth “trafficati” sta per vorticosi, imprecisi, vissuti; i libri non hanno margini bianchi, perché pulsioni e intuizioni trovano istintivamente forma tra le pagine stropicciate e dense d’inchiostro. “Questo è più interessante graficamente. Per me è fondamentale la poesia, lavoro molto con la poesia, non ho uno stile coerente che ripeto sempre. A me piacciono questi difetti…l’irregolarità della natura è favolosa. l’Occidente ha imposto la linea dritta che è un carcere per l’occhio. Mentre io ho ereditato dal Giappone l’attenzione e l’ammissione dell’imprevisto”. L’irregolarità della natura è meravigliosa, afferma l’artista, ed è l’irregolarità a permeare nella sua opera sia le forme sia i significati.

Fig.11 Elizabeth Frolet sfoglia e racconta il contenuto dei suoi taccuini d’artista. Foto di Marika Beccaloni

Le lettere
“Il mio rapporto con l’arte è molto influenzato da alcuni insegnamenti giapponesi: non puoi essere un buon artista se non sai scrivere col pennello”, afferma Elizabeth, che ha vissuto a lungo in Giappone. L’artista infatti parla e scrive in giapponese, in Giappone si è formata come storica dell’arte e artista e anche se manca da Tokyo da oltre trent’anni, Elizabeth è riuscita attraverso la scrittura, di lettere e cartoline scambiate con amici e maestri giapponesi, a tracciare un filo di unione tra lei e gli insegnamenti derivati dagli anni giapponesi.
Elizabeth colleziona lettere e cartoline scritte e spedite da sconosciuti; le ammassa insieme in valige o cassette, oppure le espone su una grande parete all’ingresso della casa. La lettera è un oggetto poetico per lei, ma anche uno spazio espressivo che possiede dei suoi codici di riferimento. Nel raccontarmi il muro fatto di carta e lettere dice: “qui è il mio disordine, ci sono carte ammassate…una cosa su Gaza…e forse è il mio bordello poetico. Queste sono lettere al paesaggio un acquerello di Victor Hugo, adoro Hugo, è un grande”.
La centralità della lettera e lo scambio attraverso la corrispondenza non sono un episodio isolato nell’arte di Elizabeth, come ha messo in luce la mostra Canti d’ombra e lettere d’amore curata da Michela Becchis e Anna Cochetti.[9] Questa mostra ha avuto il pregio di illuminare le passioni profonde di Elizabeth per la parola, la lettera e la capacità di indagare il sentimento.[10]
Un percorso di restaurazione e rigenerazione
Elizabeth Frolet con il suo agire artistico ha costruito nel tempo quello che si potrebbe definire un percorso di restaurazione. I sentimenti e le emozioni profonde, quelle coltivate e quelle esplose d’improvviso, sono state impiegate per restaurare e risanare gli inciampi, i periodi bui. Sentimenti come la rabbia, la delusione, la paura, l’ansia, il disgusto, ma anche la gioia, l’amore, la gratitudine e la dignità sono serviti per trasformare il trauma in forma, la speranza in segno. Elizabeth è una scultrice; la sua produzione artistica, pur così variegata, mostra una preferenza per la forma plastica – si tratti di ceramica, assemblages o gioielli. La scultura è il mezzo espressivo prediletto da Elizabeth, proprio per la sua forte connessione col corpo, strumento di conoscenza per lei potentissimo e leale. Tutto ciò, sia detto per inciso, non comporta certo una svalutazione del disegno. Quest’ultimo conserva per la Frolet un duplice valore: ora è uno strumento per fissare un flusso di coscienza, ora un mezzo per articolare dialoghi con sé stessa; in questo approccio riconosco le dichiarazioni di Louise Bourgeois sul disegno: “il disegno è il mezzo per scivolare nell’inconscio”. Sebbene l’artista tragga ispirazione da eventi personali, la sua ricerca si esplicita poi intorno a concetti universali, quali la morte, l’amore, l’eros, la memoria, la sofferenza. Elizabeth ha fatto di questo processo di immersione e restaurazione il mantra della sua ricerca espressiva (fig.13).

Fig. 13 Elizabeth Frolet, Poèmes barbares, video proiezione con disegni, 2007-2008. Foto di Elizabeth Frolet

“Penso che avevo qualcosa dentro che doveva essere buttato fuori. Credo sia stato ineluttabile che io diventassi un’artista”.
Mi vedi?
Hai voglia di vedermi?

Dove guardi?

Sì, lo so.
È la notte.
(versi di Elizabeth Frolet, tratti da Le regard est un désir)

Fig. 12 Elizabeth Frolet, Fleurs mélancolie, inchiostro su carta. Foto di Elizabeth Frolet

[1] Elizabeth Frolet nasce diversi anni fa in Madagascar dove trascorre i primi anni della sua vita. Ad undici anni si trasferisce con la famiglia in Giappone, dove completa gli studi. Trasferitasi a Parigi, nel 1974 consegue la laurea in lingue e culture giapponesi presso l’Istitute des langues orientales. La passione per la scrittura, per i versi brevi in stile giapponese, per la calligrafia e la dimensione disciplinata che lega l’artista all’artigiano senza differenze gerarchiche la motivano sempre più ad includere le così dette “arti minori” nel suo percorso di ricerca e prassi artistica. Nei primi anni Settanta Elizabeth Frolet cambia nuovamente casa e lingua, si trasferisce in America, dove otterrà un master in Scienze politiche presso la Columbia University. Nel 1977 torna a Parigi, comincia un’attività free-lance nel giornalismo dell’arte e pochi anni dopo pubblica per le edizioni della Sorbonne un libro sul movimento Mingei, già materia di studio durante i primi anni di formazione parigini. Nel 1981 si trasferisce a Roma, a Trastevere, dove metterà radici e farà gli incontri decisivi per l’avvio della sua carriera artistica. Negli stessi anni Elizabeth Frolet accede all’Accademia di belle Arti di Roma, presso la scuola di scultura, e avvia la sua educazione artistica come scultrice; presto abbandona l’istituzione per procede il suo percorso formativo da autodidatta. 
[2] https://www.youtube.com/watch?v=Lz5_XaiEJeI annoto qui la video intervista ad Elizabeth Frolet rilasciata per il progetto Spazio Collaterale; il video è co-prodotto da Nomas Foundation con progetto a cura di Arianna Sera e con la supervisione di Raffaella Frascarelli e Sabrina Vedovotto. Video diretto e montato da Gian Marco Proietti.
[3] Fotogrammi del video Visi svelati sono raccolti nel catalogo di presentazione alla mostra Alphabet du corps, con opere delle artiste Kérozen e Nathalie Périssé e con la presentazione di Francesca Pietracci, Napoli-Roma maggio-luglio 2001.
[4] Elizabeth Frolet, Le regard est un désir, traduzione di Tiziana Camerani, Edizioni del Giano 2018.
[5] Alfredo Penati ed Elizabeth Frolet, Mani che bruciano, Roma 2002. Volume autoprodotto dagli autori in cui Elizabeth è autrice dei disegni e delle fotografie; l’artista ha curato anche il progetto grafico del volume, stampato in 500 copie dalla tipografia O.GRA.RO.
[6] L’istallazione in ceramica è stata oggetto, insieme ai disegni dell’artista e ad un libro d’artista realizzato a mano su carta giapponese in 13 esemplari numerati, di una mostra dal titolo Des mains pour rêver a cura di Anna Cochetti per il progetto Storie Contemporanee presso lo spazio Studio Ricerca e Documentazione di Via Poerio, Roma 22 giugno - 12 luglio 2014.
https://storiecontemporanee.wordpress.com/2014/07/07/sabato-12-luglio-ore-17-30-19-30-elizabeth-frolet-des-mains-pour-rever-a-cura-di-anna-cochetti-presentazione-del-libro-dartista/
[7] Questa è un’opera-istallazione carica di rimandi e significati molteplici, a partire dal racconto ovidiano: il sangue che sgorga dalla testa recisa di Medusa incontra le alghe del mare, che acquistano la proprietà di indurirsi al contatto con l’aria dando vita al corallo, uno degli amuleti più diffusi dall’antichità, rimedio contro il malocchio e impiegato come ornamento protettivo soprattutto per i neonati. Anche la Frolet, tanto appassionata all’amuleto in generale e al potere portentoso di esso, può aver qui rafforzato il significato di cura e protezione della mano sommandolo al simbolismo arcaico del corallo.
[8] https://www.youtube.com/watch?v=VyztTdW-uU4 disponibili sul canale YouTube della Biblioteca BiASA di Roma dieci video che restituiscono un saggio brevissimo dell’opera su carta di Elizabeth Frolet in occasione della mostra Diari d’artista e macchie d’inchiostro, a cura di Ida Barberio, febbraio-marzo 2014.
[9] Canti d’ombra e lettere d’amore è il titolo della mostra che ha messo al centro le lettere dell’artista, a cura di Anna Cochetti per il progetto Storie Contemporanee presso lo spazio Studio Ricerca e Documentazione di Via Poerio, Roma 15-26 febbraio 2025.
[10] Si veda quanto dice a proposito Michela Becchis:Elizabeth Frolet ama scrivere lettere e ama leggere lettere. Guarda e rintraccia con attenzione i fili che uniscono due persone che si scrivono lettere, anche quando quei fili sono duri, spinosi, avvolgono i corrispondenti dentro un legame dolente... I volti, gli oggetti che l’artista dipinge danno ulteriore forza alla creazione dei paesaggi di parole che albergano nelle lettere, prendono corpo con colori della terra, colori di carte antiche, di mappe ritrovate… Le figure di Frolet diventano così un accurato lavoro di cifratura, non calcolano, non giudicano affatto, ma si limitano a trasformare. (…)”.