Dalla polpa al foglio, dal foglio all’istallazione. Una proposta di lettura attorno all’opera di Marialuna Storti.
di Marika Beccaloni
Nel panorama artistico contemporaneo, che sempre più suggerisce la sostituzione del concetto di identità con quello di brand e che favorisce la mercificazione ad ogni costo dell’esperienza artistica, Marialuna Storti potrebbe definirsi un’utopista. La giovane artista romana non è impegnata in alcuna corsa al branding, ma procede a passo lento verso la costruzione consapevole del suo percorso artistico che muta e si adatta, esperienza dopo esperienza, alla materia che manipola nel quotidiano al fine di stabilire con essa un contatto profondo.
Attraverso una pratica che supera la rigidità dei linguaggi, l’artista indaga ogni giorno la possibilità di dialogare con la materia sua d’elezione, la carta riciclata, che da una quindicina di anni studia, manipola e produce seguendo un rigoroso processo artigianale.
Nel tracciare una veloce descrizione del suo percorso, Marialuna afferma “la carta è una tra le materie prime più consumate ma è anche una delle più facili da recuperare: crearne di nuova con la polpa rigenerata porta la memoria di altra carta. E un qualsiasi elemento che si presenta come inserto”, che appartiene cioè alla vita precedente della carta ridotta in polpa, “è come il segno di un graffio sulla pelle”. Ascoltando il racconto di Marialuna e osservando una selezione dei suoi lavori, comprendo che l’artista assegna molta importanza al processo tecnico, che negli anni di studio e lavoro ha saputo condurre ad alti livelli di virtuosismo. Ma l’obiettivo non è la produzione di un foglio di carta levigato, limpido, senza impurità, bensì l’esecuzione di un foglio che lasci parlare un’identità, un’individualità con la quale l’artista si specchia e insieme alla quale avviare un percorso di conoscenza.

Fig.1 Collografia su carta fatta a mano 2012

Fig 2 Ruggine cruda, carta fatta a mano e ossidazioni, 100x200 cm (dimensioni della singola istallazione), 2019

Carta come superficie specchiante: gli inizi
“Ho studiato pittura in Accademia e mi sono avvicinata alla carta e alla sua produzione seguendo gli insegnamenti di Riccardo Ajossa, che è stato il mio insegnante. Per la tesi decisi di lavorare sul tema dell’identità: realizzai trentacinque pezzi incisi con la tecnica della collografia, lavorai sulla scomposizione e la ricomposizione del mio volto e rimontai questi trentacinque pezzi su vetri sostenuti da basi in legno. Era necessario che la luce filtrasse anche dal retro e consentisse di “far vedere anche quello che c’è dietro”. Il risultato: carte molto sporche, grossolane e in altri casi davvero sottili…mi piaceva la trasparenza, il buco, il rilievo. Qui già avevo superato l’idea della carta come supporto, volevo che si affermasse come materia espressiva”.[1] Osservando un foglio appartenente a questo primissimo progetto dell’artista mi accorgo che la percezione tattile dell’osservatore è sollecitata d’immediato, il foglio è leggero e presenta una superficie accidentata, 
il pattern è irregolare e all’interno della limitata superficie della pagina (15x21 cm ca.) esso si assottiglia in alcuni punti fino a disgregarsi, l’unità e la compattezza del foglio sono minacciate da microscopici forellini che si addensano in alcuni punti accentuando la trasparenza della superficie d’insieme. Alle irregolarità del foglio si sovrappone il segno: partecipe delle imperfezioni, esso entra per sparire nei vuoti, sbiadire lì dove la carta è sottilissima o assente e tornare ad emergere con vigore dove la superficie si fa compatta e levigata. La carta smarrisce il suo ruolo di supporto neutro per partecipare dell’identità del segno, l’artista l’ha eletta a materia specchiante, nella quale sceglie di riflettersi per interrogarsi e conoscersi (fig.1).
“Questo aspetto di imperfezione come rivelazione di me l’ho maturato e accettato dopo…inizialmente mi fermavo alla ricerca della perfezione, del foglio omogeneo…poi ho compreso che anche l’imperfezione faceva parte della mia sensibilità, della mia individuale espressività. Ancora oggi questo aspetto torna nella mia produzione: ad esempio lo ritrovo nel modo in cui monto i fogli-opera nello spazio impiegando fili di nylon sottili: i fili tendono la carta sfidando quasi la sua stabilità di materia viva e fragile, ma capace in verità di rivelarsi anche forte, solida, resistente nel tempo e agli agenti che la attraversano e che agiscono attorno e su di lei”. Le opere qui menzionate da Marialuna sono state esposte in diverse occasioni, sia in mostre personali che collettive. Si tratta di opere-istallazioni che acquistano potere e significato se appaiono sospese agli occhi di chi le osserva e ne fa esperienza toccandole con lo sguardo o appena sfiorandole con il corpo. Queste opere appaiono come drappi appesi, composti da sezioni diverse per consistenza, trasparenza e pattern, sono solidamente tenute insieme come da un grande rammendo visibile nei punti di sutura e sovrapposizione (fig.2). Una volta sono collocate in verticale nell’ambiente, interpretando il ruolo di pilastro o schermo leggero, oppure sono sospese in orizzontale, poste in alto, sostituendosi al soffitto e assumendo l’aspetto di volta; ma possono altresì essere ancorate alla parete, risultando come materia in movimento (fig. 3 e 4). Le strutture in carta si arricciano, si sollevano fino a segnare delle convessità acquisendo così la solida forma di un pennacchio architettonico. Così percepisco l’identità e la funzione estetica delle carte assemblate da Marialuna: elementi architettonici che trasformano visivamente l’ambiente in cui si trovano. Questa mia impressione viene confermata da una precisa osservazione dell’artista: “io mi definisco più scultrice. Sì, nella mia carta io ravviso caratteristiche più affini alla scultura”.[2]
Fig.3 Istallazione per la mostra Somnium Ardoris, carta fatta a mano e ossidazioni, 600x120 cm, Brescia 2020

Fig 4 Istallazione per la mostra Somium Ardoris, carta fatta a mano e ossidazioni, 170cmx 100cm, nella parte più stretta 40cm,
Brescia 2020

Le ossidazioni
“Questo è stato l’inizio del mio colloquio con la carta riciclata, poi l’ho messa da parte per un po’ e ho iniziato a fare murales, di fatto sono laureata in pittura…ma qualcosa non mi tornava, anche perché la cosa che mi piaceva di più dell’arte murale era il muro e non la parte pittorica. Quindi ritorno ad interessarmi ai materiali. Torno alla carta, anzi inizialmente ho sperimentato il gesso e la carta insieme…poi il gesso l’ho eliminato e la carta ha preso il sopravvento. Dopo l’Accademia ho esplorato tutto sola, ci ho messo 5 anni prima di definire un mio ricettario, uso esclusivamente colle vegetali ad eccezione di alcune colle prese in prestito dal restauro per casi marginali. Anche al ferro ci arrivo per caso, entra nel mio linguaggio successivamente e sto continuando a svilupparlo”.
Col tempo l’artista ha sperimentato nuove relazioni, nuove intese, nuove possibilità espressive che le hanno consentito di agire durante le fasi di fabbricazione della carta. Dapprima sperimenta l’impiego del legno e a seguire il ferro, che come lei stessa dichiara “attualmente è un grande amore”. Marialuna utilizza il ferro, più spesso impiegato in forma di lastra o come frammento erratico tratto dagli scarti di lavorazione, assegnandogli funzioni diverse: da una parte le lastre in metallo sono elementi strutturali dell’opera scultorea, vengono accostati alla carta (in tal caso carta e lastra metallica  vivono quasi in simbiosi, esattamente come il puntello nella composizione di un gruppo scultoreo), dall’altra sono oggetti passeggeri impiegati per innescare una reazione tra il frammento di ferro (chiodo o scarto) arrugginito e la superficie intatta e candida della carta fatta a mano.
Il risultato dell’incontro tra materiali apparentemente distanti per caratteristiche e funzione, proprietà e spazio d’impiego, lo si può studiare in numerosi progetti che Marialuna Storti ha condotto dal 2018 ad oggi. Cito come primo caso esemplare la residenza d’artista Il Borgo degli Artisti (2018) presso Bienno nella provincia di Brescia. L’artista è stata chiamata a realizzare un’opera pubblica permanente dedicata ai fabbri; l’obiettivo della residenza l’ha condotta ad interagire con il mestiere del fabbro, con la gestualità e con l’ambiente in cui il metallo viene forgiato e da grezzo portato alla forma circoscritta dell’oggetto d’uso. Marialuna si è concentrata sul processo di ossidazione del metallo e sulla narrazione visiva che questo medium naturalmente esegue interagendo con la carta. Focus principale della ricerca condotta a Bienno è stata la possibilità di “trasformare la materia grezza, facendo riflettere sulla storia della materia e sulla sua relativa metamorfosi”.[3]
Come secondo caso esemplare voglio citare il grande quadro spezzato di 210x144 cm, opera che ritengo di poter isolare come protagonista della mostra personale del 2023 dal titolo Eidos-Materia sospesa ospitata negli ambienti dell’Azienda romana OV Energy (fig.5). L’opera si presenta come un telaio di cornice spezzato lungo la diagonale e ricomposto a parete in posizione sfalsata, alle assi del telaio sono appuntati i margini sfrangiati di un foglio di carta riciclata, anch’esso irrimediabilmente strappato, la cui texture si presenta fitta e irregolare: il grande foglio di carta somiglia ad un lenzuolo consumato e spiegazzato. Il foglio-lenzuolo è teso e appare sospeso entro il profilo delle due metà del telaio, infatti pochi millimetri di vuoto separano il legno dalla carta, unici elementi di congiunzione sono dei sottili e invisibili fili di nylon tesi a sorreggere e a sfidare la resistenza della carta. Su questa materia l’artista ha agito per mezzo dell’ossidazione di ferro e rame, lasciando che i metalli scolorassero tingendo la carta mutata in tessuto. Il colore della ruggine vira da un caldo tono aranciato al bruno più cupo e segna la superficie con macchie grossomodo circolari, quasi simulando gocce di colore schizzate con violenza sulla carta; differiscono i segni verde-azzurrognoli lasciati dall’ossidazione del rame, più vicini a una stesura quasi uniforme di colore, così liquida e omogenea da somigliare a una velatura.[4]
In questi progetti, dalla primissima e acerba sperimentazione con la carta a mano fino all’ultima esperienza espositiva in cui l’artista si è confrontata con delle istallazioni site specific, emerge vivo un aspetto della pratica lenta e consapevole dell’artista-artigiana che produce, ascolta, lavora e lascia esprimere la sua materia prediletta: la centralità dell’esercizio dell’osservazione. Accanto ad esso si delinea con vigore anche l’importanza assegnata al materiale di scarto. Ferro e rame sono impiegati per lasciare tracce pittoriche e segniche sulla carta (fig.6 e 7); legno, vetro e ferro diventano supporti esterni che finiscono per compenetrare nella carta, la polvere di caffè e le spezie sono tracce naturali incluse nel processo di produzione della carta e non si limitano a tingere o a definire una texture irregolare. Lo scarto è percepito dall’artista come un’opportunità; esso non viene eliminato, ma recuperato e reinserito in un percorso virtuoso che antepone il senso estetico a quello funzionale.

Fig.5 Carta fatta a mano e ossidazioni, 210x144 cm, 2023

Fig.6 Carta fatta a mano, ossidazione e ferro, 100x50cm, 2021

Carta a mano per la stampa fotografica
Tra le ricerche gravitanti intorno alla produzione della carta, una in particolare desta il mio interesse perché rivelatrice del doppio binario su cui viaggia lo studio di Marialuna Storti. L’artista nel 2019 risulta vincitrice di una seconda residenza d’artista, svolta presso il CFS Adams con il sostegno di Luisa Briganti, fotografa e presidente del centro sperimentale, e di Gabriele Agostini. In questa occasione di ricerca Marialuna lavora per lungo tempo sulla possibilità di produrre carta riciclata fatta a mano e compatibile con il processo di stampa della fotografia analogica. “Ci ho impiegato due anni per arrivare al risultato, è stato un progetto ambizioso che ha previsto l’utilizzo di colle vegetali. Una cosa nuova, perché questo tipo di carta riciclata non si usa in fotografia. Si è conclusa come esperienza piena e appagante. Ricordo il tempo speso in camera oscura, ero talmente assorbita dal mio lavoro che perdevo la percezione del tempo. Ma questa esperienza è stata meravigliosa perché mi ha permesso di sperimentarmi anche con la tecnica di stampa analogica. Ci ribattevo la carta sopra per velare la foto e poi procedevo strappando per far riapparire.” Dalla produzione della carta secondo una ricetta nuova, che l’artista ha messo a punto appositamente per soddisfare l’obiettivo di questa ricerca, fino alla stampa, passando per la scelta dei provini adatti, Marialuna Storti ha svolto in autonomia ogni fase del lavoro.
Mi mostra una stampa appartenente al progetto di residenza. La foto è di Luisa Briganti e la stampa è stata eseguita da Marialuna impiegando un foglio di carta riciclata da lei prodotto. Il contrasto tra i neri profondissimi e la carta candida è potente, il supporto, molto assorbente, lascia affiorare la sua superficie irregolare. Il risultato d’insieme è una stampa viva che enfatizza la profondità dell’immagine e lo sguardo intenso del soggetto e la dimensione spaziale azzerata intorno alla donna ritratta (fig.8). “Questa esperienza, attraverso le tantissime prove di sviluppo, mi ha consentito di far crescere anche il mio sguardo”, conclude Marialuna.

Fig.7 Carta fatta a mano ossidazione e rame, 100x50cm, 2021

Fig.8 Stampa analogica su carta fatta a mano con colle vegetali, residenza d’artista presso il Csf Adams, Roma 2019-2020
Processo: sospesa tra visione e rigore tecnico
Chiedo a Marialuna di ragionare insieme a me sull’identità del suo lavoro. Sono interessata a far emergere il rapporto tra la tecnica e l’idea nel suo processo di lavoro. Marialuna mi risponde che tutto si basa sull’errore e sulla possibilità del recupero di esso: “l’errore diventa possibilità e per errore intendo la goccia d’acqua che cade sulla carta: quel supporto diventa imperfetto…ma anche il graffio, la bolla, lo spessore, il buco…ho iniziato a lavorare anche sugli imprevisti e sulla possibilità che l’errore divenga un valore”. Per inquadrare la genesi dell’agire artistico di Marialuna Storti ho necessità di risalire a quel momento di puro concetto in cui l’artista sceglie di passare dal pensiero all’azione. Chiedo quindi a Marialuna se lavora di più con le visioni o con i materiali; lei mi risponde di getto: “Io sono molto più visionaria che progettuale. Sono molto visionaria ma non disconnessa dalla realtà”. La ricerca sulla produzione della carta riciclata e le sue conseguenti manipolazioni rendono chiara l’importanza del contatto con la realtà. Il lavoro di Marialuna è molto fisico, c’è un momento in cui tutto il corpo è impegnato nella produzione e un altro momento in cui l’artista è assorbita dall’osservazione dei risultati pittorici che sulla carta si compiono spontaneamente, con naturalezza e senza che l’artista interferisca troppo nel lento compiersi dell’ossidazione dei metalli o della combustione della carta.
Torniamo ad approfondire il tema del suo approccio visionario e chiedo a Marialuna di raccontarmi le fasi e i momenti che ritiene decisivi nella sua progettualità: essa si esplicita ogni volta diversa o nel tempo ha assunto una sua prassi ricorrente? “Ogni tanto mi accorgo di dettagli intorno a me che percepisco come forme; da questo immediato spunto visivo assorbo la possibilità di un’idea. Poi la mia progettualità è molto strana, sembrano i disegni di una bambina dell’infanzia, divento molto grafica nei disegni, sono appunti immediati con i quali scarico in modo molto automatico quello che ho in testa, uso solo la penna, la china, l’acquerello, mai la matita…sono sempre molto gestuale e istintiva all’inizio, poi l’idea si definisce con un disegno di progettazione più sistematico, organico, fino a raggiungere una forma che sono riuscita a ricavare in modo preciso”. Ho la possibilità di intercettare le tracce di questo processo grazie agli schizzi che Marialuna mi concede di leggere; essi si presentano come pagine sciolte che conservano segni, più che disegni, dei suoi appunti visivi, una sequenza di tratti che si succedono incalzandosi e si sommano a schegge di colore dinamicissime che a poco a poco si modellano, e foglio dopo foglio rallentano il loro tratto fino ad acquisire forma racchiusa, la stessa forma che riconosco nelle opere in cui la carta è tesa su telai o nelle carte ossidate. Il percorso fatto di segni, macchie di colore e schizzi lo leggo come processo fluido e che si mostra, chiaro, come osservazione e immaginazione.

Fig.9 Eidos, carta fatta a mano, ossidazioni e combustione, 45x86 cm, 2023

Ancora il segno: i combusti
Le possibilità di modellare e scolpire la carta sono infinite per Marialuna. Di recente l’artista ha iniziato ad esplorare anche la combustione e gli effetti segnici che essa lascia sulle superfici sempre diverse dei fogli da lei realizzati. Torna centrale anche in questa serie di lavori l’interesse per la plasmabilità della materia da lei generata, verificarne fino a che grado di manipolazione essa possa essere condotta. Le opere segnate dalla combustione si presentano come pannelli compositi perché costituiti da più livelli di carta fissati insieme a uno stesso supporto in legno; Marialuna ha poi agito con la fiamma modellando una traccia come fosse scrittura, verificando la reazione del suo foglio, la sua resistenza e reazione al fuoco. Il risultato che ne deriva fa somigliare l’area combusta a un solco, una crepa che attraversa verticalmente la pagina cercando la profondità. Il candore della carta è interrotto bruscamente dalla linea combusta, che sfuma dal bruno quasi nero nel centro al bruno sbiadito che scolora nell’ocra ai margini del segno. Le bruciature non si presentano come residui di una distruzione, sono piuttosto foriere di tensione e dramma; l’atto della bruciatura è una irreversibile scrittura. Le forme che la carta assume arricciandosi sotto il calore amplificano la percezione che si ha della carta di Marialuna come superficie materica viva (fig.9).
Marialuna mi invita a ragionare intorno alle combustioni osservandole da un’altra prospettiva: “ho un grande amore non completamente espresso per l’incisione. Nel processo della combustione riconosco diversi passaggi che mi ricordano moltissimo l’incisione, mi deve essere rimasta una necessità personale di segnare o lasciare un segno grafico sulla carta con qualche mezzo. Come anche l’ossidazione della carta…alla quale continuo a lavorare”. Il gesto lento dell’incidere è sovrapposto al gesto lento del segnare attraverso la fiamma o al gesto pacato e carezzevole della mano che mescola la polpa, che piega, che stende e tampona la carta. Queste opere vogliono essere un voto al lento e meditato processo di esplorazione della materia: il fuoco, come la mano dell’artista, non distrugge ma trasforma, lasciando spazio ad altre forme.
Collettività: didattica e scambio
Marialuna è un’artista riflessiva e forse anche solitaria, ama prendersi tempo e lavorare scandagliando tutte le possibilità che un percorso progettuale richiede, eppure non manca nella sua attività odierna una sempre più ramificata azione all’interno di collettivi artistici. Mi parla di Babele il collettivo artistico con il quale collabora in simbiosi artistica e che si occupa di promuove mostre ed eventi artistici con continuità, oppure dell’intesa con l’artista Virginia Carbonelli, che nel suo studio romano “La linea contemporanea” si occupa di arti incisorie; con lei, Marialuna ha condotto numerosi workshop di produzione della carta, incontri aperti ad artisti, curiosi e amatori del paper making. Accanto alla sua ricerca personale sulla produzione di carta, l’artista da molto tempo si occupa anche di didattica. Insegna infatti a bambini, ragazzi, adulti e a persone con disabilità l’arte di realizzare carta a partire dal processo di raccolta e riciclo di altra carta. “Mi riesce e mi dà davvero tanta soddisfazione l’insegnamento…mi piace anche tanto raccontarmi e raccontare. Lo scambio è importante, ritengo di avere una propensione verso l’altro che mi restituisce una sensibilità che poi metto nei miei lavori”. Saper produrre la carta è un’attività certo complessa che può essere conosciuta anche esplorando, con gioco serissimo, i gesti di un repertorio di base che ha la finalità di far scoprire alle persone “come si fa”; fase successiva è invece la trasmissione del “come servirsene” in modo personale, artistico per l’appunto. Marialuna mi racconta diffusamente delle persone incontrate e delle altre artiste con cui ha esplorato i benefici del percorso di insegnamento. Un aspetto ricorre di frequente ed è la soddisfazione dell’insegnante nel riconoscere la meraviglia provocata dal processo di costruzione che avvia un lavoro manuale di matrice artistico-artigianale. “Grande soddisfazione ho provato quando insieme a Virginia Carbonelli abbiamo fatto una mostra sui lavori in carta di tutte le allieve ed è stato bello perché mi ci riconoscevo un po’ nel lavoro delle altre… ma poi sono riuscite anche a metterci del loro”.

Tutto parte dalla carta e torna alla carta: essa è materia grezza e insieme opera finita. La carta che l’artista isola e sottopone a un processo di decomposizione è a tutti gli effetti scarto, materiale destinato alla macerazione, materia che ha già vissuto e conserva i segni delle sue funzioni precedenti, oggetto banale, che nel quotidiano rischia di passare inosservato, eppure oggetto capace di raccontare una storia. Questa materia viene dall’artista sminuzzata e plasmata per farne nuova materia. Marialuna non intende però rigenerare la materia di scarto sottoponendola a un processo di idealizzazione, per quanto in verità il virtuosismo tecnico dell’artista abbia raggiunto traguardi alti nella produzione di polpa quasi pura. Al contrario, l’artista intende conservare anche un solo minimo frammento dal passato, un corpuscolo “sporco”, un residuo “imperfetto”, come lampante traccia della funzione passata. Marialuna parla proprio di memoria di altra carta che vive in quella rigenerata evidenziando ancora con forza l’identità senziente della materia trasformata.
[1] Marialuna Storti, classe 1984, è nata a Roma dove consegue la laurea in pittura presso l’Accademia di Belle Arti. Subito dopo vince una borsa di collaborazione come assistente tecnico per il laboratorio di calcografia e calcografia sperimentale, presso la cattedra del prof. Piloni; tra le esperienze espositive, di ricerca individuale e residenza d’artista compiute emergono, per importanza e notorietà degli istituti ospitanti, la sua partecipazione nel 2017 al Festival multidisciplinare ChRomatica presso la Factory del museo MACRO a Roma, la sua adesione nel 2019 alla giornata di didattica in collaborazione con il CSF Adams presso il Macro Asilo di Roma, la residenza d’artista presso Bienno il Borgo degli Artisti nel 2018 e la residenza svolta tra 2019 e 2021 presso il CFS Adams - Centro sperimentale di fotografia. Tra le mostre personali più recenti si segnalano: Ruggine Cruda, residenza in galleria presso la Galleria Pietrosanti G.d.A. di Roma nel 2019, Somnium Ardoris nel 2020 presso la chiesa di San Zenone all’arco (Brescia), la personale di fine residenza presso il CFS Adams nel 2021, Opera di Pensiero performance laboratorio presso la Biblioteca comunale Galline Bianche di Roma e infine Eidos-materia sospesa, mostra personale presso gli spazi dell’Azienda OV Energy, svoltasi sempre a Roma tra giugno e settembre 2023.
[2] Tra le mostre in cui sono stati presentati i fogli come brani di architettura in dialogo con lo spazio ospitante segnalo Ruggine Cruda, residenza in galleria G.d.A Galleria Pietrosanti, Roma 2019; Somnium Ardoris, Mostra personale di Marialuna Storti c/o Chiesa di S. Zenone all’Arco, Brescia 2020 e Eidos - materia sospesa, presso l’azienda OVEnergy, Roma 2023.
[3] La residenza d’artista presso Bienno (BS) è stata promossa dall’Associazione il Borgo degli artisti, qui inizia l’esperienza di Marialuna Storti con il ferro e gli esperimenti di ossidazione sulla carta.
[4] Eidos – Materia sospesa, mostra personale di Marialuna Storti realizzata per la galleria azienda OV Energy, Roma giugno-settembre 2023. Ad eccezione delle opere Ruggine Cruda, tutte le opere e istallazioni in mostra sono state frutto di una progettualità site specific per gli spazi dell’azienda ospitante.
*consiglio la consultazione del profilo Instagram dell’artista per conoscere le iniziative, le nuove mostre e i corsi in partenza sulla produzione della carta tenuti da Marialuna Storti (@marialuna_storti_artist).